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Fondata sul lavoro significa sui doveri e non solo sui diritti

In un futuro prossimo le dinamiche tra i lavoratori italiani saranno a dir poco preoccupanti. In quest’ottica varrebbe la pena rileggere l’articolo 1 della Costituzione per comprendere le sue verità.

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L’articolo 1 della Costituzione recita che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Bello, chiaro, sano. Ma il tempo passa per tutti e tutto invecchia. Alcuni invecchiano bene, diventano più saggi, più grati. Altri meno e accumulano acciacchi. Altri infine semplicemente rifiutano di invecchiare e finiscono per rendersi ridicoli: vestono da super giovani, vanno in discoteca, riempiono i telefonini di app impronunciabili, seguono le mode. Sembra questo il destino toccato al nostro magnifico articolo 1. Lui invecchierebbe anche bene, dall’alto della sua chiarezza. Alcuni lo vedono pieno di acciacchi e lo tirano dentro ogni discussione, non ultima quella sui Green Pass. Ma il reale attacco in corso da anni è di chi ne vorrebbe una versione più modaiola e prova a inserire la parolina “diritto”: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul diritto al lavoro.

Sui costituenti si possono dire tante cose, ma non che abbiano scritto proprio il primo degli articoli della Costituzione repubblicana in modo affrettato e grossolano. Il diritto al lavoro non esiste, sancirlo – allora come ora – è una follia. Il lavoro è molto di più: società, dignità, partecipazione, progresso, anche dovere. Parolina, quest’ultima, che per contro la stessa corrente culturale che spinge per inserire “diritto”, evita accuratamente di citare anche solo nei dibattiti.

Ed è così per esempio che non potrà mai essere abbastanza l’indignazione sul dibattito a proposito del numero dei rifiuti del posto di lavoro che debbano portare alla revoca del Reddito di cittadinanza. Così come la faccia tosta nel difendere l’accordo sindacale sulle ‘presenze’ dei netturbini dell’Ama. Detto che in un Paese serio questa avrebbe dovuto portare i libri in tribunale già da un pezzo, che in un Paese con il secondo più alto indice di disoccupazione in Europa avere un lavoro in una azienda pubblica dovrebbe essere un privilegio, che Roma è la città più sporca del mondo occidentale, lo scempio della toppa è peggio di quella del buco. Si sprecano infatti le interviste di chi difende l’accordo che incentiva con ben 180 euro al mese le presenze, perché tutela i più meritevoli che il lavoro già lo fanno senza ammalarsi (tasso medio di malattia Ama: +15%). Ci trattano come una massa di beoti che non colgono che così l’effetto finale è quello di pagare due volte la presenza sol perché il lavoro sarebbe un diritto e non un dovere.

È cambiato il paradigma in questi anni. L’eco è dovuto alla vergogna legata a Roma, alla situazione contingente. Ma accordi del genere esistono da tempo e nei settori più disparati. Prima magari nessuno si sarebbe spinto a difese tra l’incredulo e lo spavaldo. In questo decennio in cui invece ignoranza e anti-meritocrazia hanno dominato, in cui la competenza e la dignità del lavoro sono state fatte passare come nice to have se non come complottistico-negative, queste appaiono quasi normali.

Dobbiamo riappropriarci dell’articolo 1 della Costituzione, della sua verità. Altrimenti a breve il confronto sarà tra pochissimi lavoratori ben pagati e con orari di lavoro infernali, e tantissimi inattivi inaciditi da paghe basse, senza voglia di migliorare loro stessi, le condizioni proprie e dei loro figli nonché la società in cui vivono. E per questo ancora più manipolabili. Siamo pieni di malcontento, ma non si riparte senza la dignità del lavoro e lo sdegno per chi lo considera solo un diritto.

 

di Peter Durante

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