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Come son giuste scuole ed elezioni

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«All that heaven will allow» (Tutto quello che il cielo concederà), cantava Bruce Springsteen in “Tunnel of Love” (1987). Potrebbe essere un buon augurio in vista delle elezioni di oggi

Come son giuste scuole ed elezioni

«All that heaven will allow» (Tutto quello che il cielo concederà), cantava Bruce Springsteen in “Tunnel of Love” (1987). Potrebbe essere un buon augurio in vista delle elezioni di oggi
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Come son giuste scuole ed elezioni

«All that heaven will allow» (Tutto quello che il cielo concederà), cantava Bruce Springsteen in “Tunnel of Love” (1987). Potrebbe essere un buon augurio in vista delle elezioni di oggi
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«All that heaven will allow» (Tutto quello che il cielo concederà), cantava Bruce Springsteen in “Tunnel of Love” (1987). Potrebbe essere un buon augurio in vista delle elezioni di domani. Ma se si vuol mantenere il rigore, la più opportuna canzone di questo giorno così importante è “Le elezioni” di Giorgio Gaber, presente in due album live, “Libertà obbligatoria” (registrato al Duse di Bologna nell’ottobre 1976) e “Il teatro canzone” (registrato al Carcano di Milano nel gennaio 1992). Il pezzo gaberiano andrebbe catalogato nel genere pastorale: si tratta infatti di una resa ideale e simbolica della domenica del voto, stilizzata secondo le convenzioni del locus amoenus e assorta in un’atmosfera quasi campestre, senza nostalgie pascoliane: «Una curiosa sensazione / che rassomiglia un po’ a un esame, / di cui non senti la paura, / ma una dolcissima emozione. / E poi la gente per la strada: / li vedo tutti più educati, / sembrano anche un po’ più buoni / ed è più bella anche la scuola, / quando ci sono le elezioni». È l’esatta radiografia di ciò che accade nel periodo elettorale, particolarmente nei paesini di provincia. Ma siamo sicuri che il messaggio del Signor G sia soltanto di descrivere la vita perfetta racchiusa in un’egloga? Se pensiamo a Teocrito, Virgilio e Tasso, l’idillio pastorale appare tutt’altro che scevro di significati politici e di una certa critica della realtà sociale. Così nel brano del cantautore milanese non possiamo non notare un sardonico understatement, un soffuso e pervicace strizzare l’occhio al pubblico. Con queste parole Gaber introduceva “Le elezioni” al Teatro comunale di Pietrasanta nel 1991: «Quando uno è al massimo del pessimismo, della disperazione – a parte il compiacimento che è sempre lì in agguato – c’è come una specie di tendenza a risorgere, a credere alla preziosa sensazione che la nostra vita possa migliorare. Non so se essere contento o diffidare dei momenti in cui mi riprende la fiducia». L’aria di accondiscendenza generale e di estrema cordialità mette in rilievo il desiderio della gente di aprirsi a una nuova, più feconda stagione politica e, al contempo, la tendenza nascosta a illudere e illudersi che ciò possa avvenire davvero: «C’è un gran silenzio nel mio seggio, / un senso d’ordine e di pulizia: / democrazia. / Mi danno in mano un paio di schede / e una bellissima matita, / lunga sottile marroncina, / perfettamente temperata». Centrale è l’immagine della matita: l’invito a votare è una pura questione di forma e l’elettore può sentirsi in pace con la coscienza perché ha compiuto candidamente il suo dovere: «È proprio vero che fa bene, / un po’ di partecipazione, / con cura piego le due schede / e guardo ancora la matita, / così perfetta e temperata, / io quasi quasi me la porto via: / democrazia». L’intenzione di Gaber – lungi dall’inneggiare al disimpegno e dal sottolineare l’inefficacia del voto – è incastonata nel celeberrimo verso di un’altra sua canzone: «Libertà è partecipazione». Partecipazione piena, appunto: non promesse difficili da realizzare o tiepide adesioni.   Di Alberto Fraccacreta

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