Lavoro, impegno e la gentilezza perduta
| Società
C’è un fantasma che si aggira fra di noi: la gentilezza. Anche un secondo: il sorriso. Ne abbiamo perso le tracce nei nostri contatti quotidiani, nel lavoro

Lavoro, impegno e la gentilezza perduta
C’è un fantasma che si aggira fra di noi: la gentilezza. Anche un secondo: il sorriso. Ne abbiamo perso le tracce nei nostri contatti quotidiani, nel lavoro
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Lavoro, impegno e la gentilezza perduta
C’è un fantasma che si aggira fra di noi: la gentilezza. Anche un secondo: il sorriso. Ne abbiamo perso le tracce nei nostri contatti quotidiani, nel lavoro
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C’è un fantasma che si aggira fra di noi: la gentilezza. Anche un secondo: il sorriso.
Nel senso che troppo spesso ne abbiamo perso le tracce nei nostri contatti quotidiani, anche quando dovrebbe essere un dovere sapersi rapportare con gli estranei in modo ‘consono’.
Termine vagamente vintage, come rischiano di diventare troppo spesso la cortesia e la disponibilità verso gli altri.
Minuscola storia triste di una mattinata qualsiasi alla Stazione centrale di Milano: primo tentativo di colazione in un bar affollato, grugni senza speranza da entrambi i lati del bancone, ma devo dire soprattutto dalla parte di chi in quel bar si troverebbe per lavoro. Una tale indifferenza e cattiva educazione da spingermi a cercare un altro bar e un’altra colazione.
Qui arriviamo alle comiche, perché il barista che serviva ai tavoli sparisce (forse per una sacrosanta pausa al bagno o non so che cosa), solo che non si accettano pagamenti se non al dipendente desaparecido. Risultato: soldi gettati sul tavolo come nei film americani, per non perdere il treno in partenza, fra gli sguardi annoiati e indifferenti degli altri dipendenti del bar. Immagino già il commento di tanti: “Per forza, considerato quello che li pagano è già tanto che li trovi ancora a farti il cappuccino o portarti la brioche“.
Invece no e manco per idea, perché francamente non ne posso più di gente che va al lavoro al mattino come se ti facesse un piacere, in particolar modo nelle tante professioni in cui è parte essenziale il rapporto con il prossimo, il “saperci fare”. Che non è un bonus assegnato al malcapitato cliente, ma parte del proprio dovere.
Suona male? Non possiamo più dirlo? Dobbiamo raccontare ai nostri ragazzi che il loro successo professionale sarà “dovuto” e non in gran parte dipendente dalla loro volontà, dalla loro capacità di sacrificarsi? Quegli stessi che esultano per Jannik Sinner, spesso dimenticando quanto lavoro e sacrificio ci sia dietro ogni successo non hanno nulla da dire? Ci sentiamo continuamente ripetere che in Italia si guadagna poco, senza aggiungere che le statistiche – assolutamente deprimenti – sono molto condizionate da quella marea di lavori e settori che sono stati colpevolmente sottratti al valore, al merito e alla crescita legata ai risultati. Con il risultato di azzoppare il nostro intero mercato del lavoro.
Inseguendo l’idea cattocomunista del dare a tutti indipendentemente da quanto ci si metta di proprio, abbiamo apparecchiato questa bella tavola ai nostri figli. Che un giorno l’altro potrebbero anche mandarci a stendere (e farebbero bene).
di Fulvio Giuliani
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