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Gli Anni Venti e la loro iattura

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E facile constatare come gli anni Venti siano stati una iattura per i due secoli successivi. Ciclicamente, come una maledizione del secolo. In questi anni Venti targati nuovo millennio, l’aggressione della Russia all’Ucraina.

Gli Anni Venti e la loro iattura

E facile constatare come gli anni Venti siano stati una iattura per i due secoli successivi. Ciclicamente, come una maledizione del secolo. In questi anni Venti targati nuovo millennio, l’aggressione della Russia all’Ucraina.
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Gli Anni Venti e la loro iattura

E facile constatare come gli anni Venti siano stati una iattura per i due secoli successivi. Ciclicamente, come una maledizione del secolo. In questi anni Venti targati nuovo millennio, l’aggressione della Russia all’Ucraina.
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In ogni secolo ci sono decenni che s’incaricano – non richiesti, in realtà, ma tant’è – di ricordare al mondo che il Male esiste (e, manco a dirlo, lotta con noi: cioè, contro di noi). Limitandoci a quell’età contemporanea post Rivoluzione francese (forse non del tutto estranea al devastante terremoto di Lisbona del 1755 che ‘illuminò’ il pensiero di Kant), è facile constatare come gli anni Venti siano stati una iattura per i due secoli successivi. In quelli dell’Ottocento iniziano quei moti carbonari che si protrarranno fino all’anno successivo, con risultati catastrofici sotto il profilo politico e crudeli sotto quello delle tante vittime sacrificate sull’altare di una rivoluzione impossibile: cioè, organizzata (si fa per dire) con quattro ferri vecchi da “bande armate” votate al più romantico (e sconsiderato) degli assalti al cielo, in linea con gli echi dello Sturm und Drang della cosiddetta “Età di Goethe”: non a caso, fra gli arrestati, il romantico Silvio Pellico, blindato nell’immaginario collettivo allo Spielberg. Un secolo dopo, altri anni Venti consegnavano altre sciagure. Cioè i presupposti per una nuova tragedia mondiale. La peggiore della storia degli uomini: tanto da far dire ad Adorno che dopo Auschwitz scrivere una poesia sarebbe stato «un atto barbarico», ché in quei campi, oltre alla pietà, era morta pure la poesia. E dire che gli anni che avevano preceduto la Prima guerra mondiale erano stati segnati da un tempo formidabile: coerente con quella Belle Époque che aveva grattato il cielo con la tronfia Tour Eiffel. Un coito di bellezza interrotto dai colpi di pistola di Gavrilo Princip, membro della Giovane Bosnia, sbrindellata formazione nazionalistica di cui faceva parte pure l’ancora scriteriato Ivo Andrić, futuro premio Nobel per la letteratura. Nel febbraio del 1920, con Anton Drexler e Martin Bormann, Hitler fonda il Partito nazionalista tedesco dei lavoratori e nel novembre di tre anni dopo tenta quello che passerà alla storia come il Putsch di Monaco. Più che un golpe, un golpetto talmente risibile da travalicare le Alpi. La mattina del 10 novembre, a Palazzo Chigi, Giovanni Gentile mostrava a Mussolini il titolo di un quotidiano: “Il colpo di Stato bavarese è miseramente fallito”. «Hai letto di questo Hitler?» diceva al duce il suo ministro della Pubblica istruzione; al che quello rispondeva: «Sì… sì, ho saputo di quell’idiota tedesco». Inutile ricordare quanto quell’«idiota tedesco» e quel suo futuro sodale italiano avrebbero provocato nei rispettivi Paesi e nel mondo intero. In questi anni Venti targati nuovo millennio, l’aggressione della Russia all’Ucraina. E per certi versi, gli appetiti geopolitici del suddetto «idiota tedesco» riverberano quelli del suo imitatore (in tutti i sensi) russo: quell’ex “passacarte” (sic nel Kgb) reincarnatosi motu proprio non in Lenin ma – ohibò! – in Pietro il Grande: particolare (non irrilevante) che sfugge a molte anime belle. Quelle che ‘sinistramente’ blaterano di pace (amore e musica? No, quello era Woodstock).   Di Pino Casamassima

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