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title: I ragazzi degli anni ‘70
description: "Stop a ogni collaborazione con Israele: la pretesa degli studenti del collettivo della Sapienza e gli scontri con le Forze dell’ordine"
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Sapienza-Israele.jpg
date: 2024-04-17
author: Fulvio Giuliani
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/societa/i-ragazzi-degli-anni-70/
categories: [Società]
tags: [israele, Italia, studenti, università]
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# I ragazzi degli anni ‘70

![Sapienza Israele](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Sapienza-Israele.jpg)

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2024-03-22 17:38:39

2024-03-22 16:38:39

La questione dei boicottaggi universitari nei confronti di Israele sta assumendo in Italia contorni di inaudita gravità

La questione dei boicottaggi universitari nei confronti di Israele, attraverso lo stop alle collaborazioni accademiche, sta assumendo in Italia contorni di inaudita gravità.

All’Università di Torino hanno deciso di porsi a ‘all’avanguardia’ in questa corsa all’inciviltà e alla negazione di ogni principio connesso alla vita universitaria. Ispirata, per sua stessa natura, al confronto fra le idee, alla sintesi fra le posizioni anche più distanti fra loro. Negare diritto di cittadinanza in un’università non a una politica o a un governo – che più se ne stanno lontani dagli atenei e meglio ci sentiamo – ma a una cultura, a un popolo, a un sentimento è aberrante.

All’Università di Torino, da quello che leggiamo e ascoltiamo, è rimasta soltanto una manciata di professori pronti a prendere posizione pubblica contro l’idea del boicottaggio a Israele. Non perché si debba sostenere la politica di Benjamin Netanyahu, che era un disastro ben prima dell’angosciante giornata del 7 ottobre, ma perché qui si tratta di non tradire sé stessi. Di non sostituire all’ansia di conoscenza e comprensione la voglia di erigere muri. Si badi, da quelli ideali ai quelli materiali il passo è sempre stato drammaticamente breve nella storia dell’uomo.

Se cominciamo a edificare barriere ideologiche in un’aula universitaria parlando a dei ventenni – educandoli in qualche misura alla cultura dell’esclusione o, parimenti, subendone passivamente qualsiasi pulsione di ‘moda’ – imboccheremo la strada verso gli inferi dell’odio. Dell’incapacità di distinguere fra una democrazia e un movimento come Hamas, ispirato dalla teocrazia iraniana. Un luogo della Terra, cari ragazzi, dove si muore per una ciocca di capelli mal pettinata.

Se non ci ribellassimo verremmo meno al nostro diritto-dovere alla conoscenza, all’approfondimento, alla dialettica fra le idee che hanno bisogno di germogliare e rafforzarsi proprio in ambienti come le università. Se non lì, dove possiamo costruire una coscienza comune in grado di rispondere alla cultura della divisione e alla politica della distruzione?

È angosciante ciò che sta accadendo all’Università di Torino ed essere ‘filo israeliani’ in questo caso non c’entra nulla. Perché oggi tocca a Israele – in ossequio a vecchie ideologie morte e sepolte, ma sempre pronte a riemergere come zombie – ma domani potrebbe toccare a noi o a una parte di noi. Se c’è qualcosa che ha contraddistinto la cultura occidentale dalla notte dei tempi (pur con tutte le spaventose cadute) è stata la purissima ansia di conoscenza. Da quando degli uomini sulle rive dell’Asia minore cominciarono a porsi domande sui perché del mondo e dell’esistenza la nostra evoluzione è stata segnata dalla curiosità, dalla capacità di ascoltare, assorbire, apprendere ciò che apparentemente si mostrava alieno. Il peggio l’abbiamo dato ogni volta che ci siamo chiusi e abbiamo ceduto alle teorie dell’esclusione e della superiorità di questo o di quello. Assaggiando il peso dell’orrore.

Resta un mistero doloroso come si possa replicare un simile errore nel luogo che nasce per aprire la mente e indurre i più giovani a coltivare il dubbio come motore della crescita dell’individuo e della società. No, non è solo una questione dell’Università di Torino o di chi contesti in qualsiasi scuola o ateneo. È la mancanza del senso del limite a spaventare.

di Fulvio Giuliani

Le università che boicottano Israele

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2024-03-22 20:48:24

2024-03-22 19:48:24

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2024-06-05 15:36:15

2024-06-05 13:36:15

È stata pubblicata la classifica del QS World University Rankings: il Politecnico di Milano è la miglior università italiana, seguita da La Sapienza di Roma. L'intervista a Donatella Sciuto, rettore dell'Università PoliMi

È un’occasione ascoltare il rettore del Politecnico di Milano, l’ingegner Donatella Sciuto, in giorni di proteste che sembrano mettere in discussione il ruolo dell’istituzione universitaria come luogo di confronto, sviluppo e tolleranza.

Inevitabile partire dalle numerose richieste di interruzione dei rapporti con gli atenei israeliani, se non di boicottaggio di Israele: «La nostra posizione, in quanto ateneo pubblico, rispetta quella della Conferenza dei rettori» sottolinea Sciuto. «È unanime l’opinione che le università siano luoghi di pensiero libero, non di violenza. Quello che stiamo attraversando è un momento storico delicato e teso, non possiamo permettere che si rompa l’equilibrio fra la libertà di pensiero e di parola e il diritto al dissenso. Questo però non deve mai sfociare in sopruso, in prevaricazione né tantomeno nell’uso della forza o nella repressione. La diversità è un fattore fondamentale: quando abbiamo aperto la sezione inglese agli stranieri abbiamo aperto il mondo al Politecnico. È utile a evitare gli stereotipi, chi è ebreo o musulmano non è brutto e cattivo. Se conosci il tuo vicino qualcosa imparerai. Sempre».

Insomma, in una università non si boicotta e non si toglie la parola a nessuno e, per dirla tutta, non si dovrebbe nemmeno pensare di farlo. Donatella Sciuto è a capo di una delle poche università italiane in grado di giocarsela con i grandi atenei stranieri, prima donna a guidare la prestigiosa università fondata a Milano nel 1863. Un primato che la inorgoglisce senza eccessi e la spinge a chiarire con indifferenza come chiamarla: «Non vivo con particolare sentimento l’essere la prima donna in questo ruolo, forse perché semplicemente troppo impegnata a ricoprirlo. Sono la faccia del Politecnico e questa è la vera, grande responsabilità. Quanto alla questione di genere, non mi sono mai appassionata al lessico. “Rettrice” o “rettore” è la stessa cosa».

Sciuto approfitta dell’argomento, assurto agli onori della cronaca grazie alle indicazioni lessicali di altre università, per porre l’accento su quello che sente come il vero tema: la difficoltà nell’indirizzare le ragazze alle facoltà scientifiche. «Abbiamo ancora tanto da fare. A cominciare da casa, perché in tutte le ricerche si evince che la scelta dell’università viene dalla famiglia. Molte ragazze mi hanno detto che i loro genitori erano contrari alle facoltà Stem (scientifiche, matematiche e tecnologiche). Ancora oggi siamo lì… È uno dei motivi per cui abbiamo avviato l’iniziativa “Girls at Polimi”, anche se a volte è più un problema di percezione. È vero, infatti, che di ragazze ce ne sono poche a Ingegneria elettrica e che in quella aerospaziale sono meno del 20%, ma in Ingegneria biomedica sono più dei maschi. Tutte le professioni ingegneristiche hanno un impatto sulla società di oggi e se una/uno ha quella passione deve assolutamente perseguirla. Se fai Ingegneria (ascoltandola si ‘sente’ l’orgoglio dell’ingegnere, prima ancora di quello della professoressa e del rettore, ndr.) hai il vantaggio di sapere che questa professione è sempre spendibile. Ci sono l’ambiente, l’energia, la mobilità. Anche il cibo è legato alle tecnologie».

In Italia ci occupiamo poco di formazione… «Forse perché non porta voti?» ci interrompe Sciuto, accompagnando le parole con una smorfia . «In tanti non s’iscrivono neppure, nonostante di atenei ormai ce ne siano ovunque. Se faccio l’influencer guadagno di più: a passare è stato questo bel messaggio. La verità è che se si smette di studiare a 19 anni manca una visione di futuro».

La sintesi è sconfortante: pochi laureati, ancor meno donne laureate in materie Stem e ultimi in Europa fra le donne che lavorano: «Non ce lo possiamo permettere, altrimenti andremo verso la deindustrializzazione. Ecco perché chiedo alle famiglie di far sì che i loro figli studino, qualsiasi cosa ma studino. Oggi formarsi dura tutta la vita, altrimenti resti fuori oppure fai lavori poco stimolanti che non richiedono competenze».

E per Donatella Sciuto questo significa studiare in università, che resta una scuola di vita. «Per me è un fattore fondamentale frequentare e ‘respirare’ l’università, con tutto il rispetto per quelle telematiche. A tal proposito, farei tranquillamente a meno del valore legale del titolo di studio, che finisce per appiattire i luoghi di formazione e serve soltanto nei concorsi pubblici».

di Fulvio Giuliani

"In università non si boicotta", parla il rettore del Politecnico Donatella Sciuto

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2024-06-06 08:12:36

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2024-03-16 08:32:14

2024-03-16 07:32:14

Da Firenze a Napoli, un'aria mefitica nei confronti di Israele si sta diffondendo a macchia d'olio in tutta Italia, lambendo pericolosamente il puro antisemitismo

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul rischio che corriamo tutti in questo Paese, gli converrebbe banalmente “rileggere” i due episodi che ho scelto per il mio commento di ieri e oggi. E non certo per mio ‘merito’.

Prima la valanga di insulti piovuti sui giocatori del Maccabi Haifa, giovedì a Firenze in occasione della partita di Conference League contro i Viola, perché colpevoli di essere israeliani. Ieri, a Napoli, l’atto oggettivamente squadrista nei confronti del direttore de La Repubblica Maurizio Molinari, cui è stato impedito di parlare all’università nel previsto incontro-dibattito con gli studenti a suon di offese a Israele, accuse di “genocidio“ (ci risiamo con l’uso leggero e sconvolgente di questo termine da parte di gente che non esitiamo a definire una banda di ignoranti), bando ai “sionisti” e inni alla Palestina libera. Senza minimamente porsi il problema che forse, nello specifico della Striscia, Hamas ha qualche leggerissima responsabilità nello stato in cui 2 milioni di civili sono stati tenuti negli ultimi anni.

Abbiamo un problema e ce l’abbiamo grosso, se continueremo a far finta che si tratti solo di qualche esaltato, di chi ama la caciara per la caciara, di qualche rottame del passato o cose del genere: si sta diffondendo un’idea malsana, un’aria mefitica nei confronti di Israele in quanto tale. Non per la sciagurata azione voluta dal governo di Benjamin Netanyahu a Gaza. Un’operazione che solo ieri abbiamo bollato per l’ennesima volta nella sua follia strategica, umanitaria, nella totale inconsistenza anche in relazione ai presunti obiettivi, ma che per certi soggetti è semplicemente la perfetta pezza d’appoggio a quello che hanno sempre pensato.

Nei casi di Firenze e Napoli non c’entrano niente un premier che è una sciagura per lo Stato d’Israele o una determinata politica, c’è un odio che avvolge tutto e arriva ormai a lambire pericolosamente il puro antisemitismo.

Benissimo ha fatto il Presidente del Repubblica Sergio Mattarella a non aspettare neppure un minuto per esprimere solidarietà al direttore de La Repubblica. Encomiabile il richiamo al dialogo e alla disponibilità di quest’ultimo, ma il problema resta. Come resta l’ignoranza, foriera dei peggiori pensieri e delle azioni più stupide.Di Fulvio Giuliani

L'antisemitismo fra noi

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2024-03-18 15:03:00

2024-03-18 14:03:00

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