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La semantica rimaneggiata dal fascismo

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Il fascismo ha generato un suo lessico, tramandato poi da neofascista a neofascista, fino a diventare, a loro insaputa, anche la lingua anche di chi il fascismo lo ripudia. Un lessico che, questa volta consapevolmente, sta caratterizzando alcune dichiarazioni della nuova legislatura.
lessico fascista

La semantica rimaneggiata dal fascismo

Il fascismo ha generato un suo lessico, tramandato poi da neofascista a neofascista, fino a diventare, a loro insaputa, anche la lingua anche di chi il fascismo lo ripudia. Un lessico che, questa volta consapevolmente, sta caratterizzando alcune dichiarazioni della nuova legislatura.
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La semantica rimaneggiata dal fascismo

Il fascismo ha generato un suo lessico, tramandato poi da neofascista a neofascista, fino a diventare, a loro insaputa, anche la lingua anche di chi il fascismo lo ripudia. Un lessico che, questa volta consapevolmente, sta caratterizzando alcune dichiarazioni della nuova legislatura.
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Non si dice chauffeur ma autista, non garage ma rimessa. Non si corre sul bob ma sulla guidoslitta. A fine pasto non un dessert ma, appunto, un fine pasto. Non gangster ma malfattore. Si dice spezzatino all’ungherese, non gulasch. Il playboy è – ovviamente – un vitaiolo che utilizza un fuggicasa, non un pied-à-terre. E l’apache? Quell’indiano è notoriamente un delinquente, come dimostra John Wayne nelle sue pellicole (non film), quindi un teppista. Va da sé che in Italia si mangia l’insalata tricolore, non russa. E quel jazzista, quel negro con la tromba, tal Louis Armstrong? Luigi Braccioforte. Il fascismo volle mettere mano anche al vocabolario. Fra i primi interventi di Mussolini ci fu quello sulla semantica. Da giornalista qual era, sapeva bene che le parole non erano astrazioni. Il fascismo ha generato un suo lessico, tramandato poi da neofascista a neofascista, fino a diventare lingua anche di chi fascista non si dichiara, seppur ne riverberi più tratti, perfino estetici. Vedi certi gesti (quei “saluti romani” che in realtà romani non furono mai: quella minchiata se la vendette D’Annunzio con quel maestro di Predappio dalla cultura approssimativa). Vedi l’esibizione orgogliosa di certa chincaglieria fascista, nonostante si rivesta la carica di presidente del Senato. Vedi certi svarioni «Siamo tutti figli del duce», sempre da parte della – ora – seconda carica dello Stato. La neopresidente del Consiglio – o capo del governo, come aveva ribattezzato quella carica il duce – non a caso parla di nazione: non le scappa mai di bocca il termine Paese, perché da nazione discende quel nazionalismo che sostanzia la sua cultura politica. Così come i cittadini sono diventati patrioti: termine che deriva da Patria – terra dei padri – così presente in quel lessico mussoliniano costantemente riferito alla gloria della Roma imperiale. Così come non poteva mancare il riferimento alla sovranità, seppur tirata per i capelli – anzi, per le fettuccine – nel suo accoppiamento con l’alimentazione. Come dimenticare quella natalità che fu una delle tante fissazioni mussoliniane? Non a caso, nel 1927 il duce penalizzò economicamente gli scapoli fra i 25 e i 65 anni con una tassa di 100 lire, cioè un terzo di uno stipendio medio operaio. «Natalità de che?» direbbe un mio amico romano. «Cioè, famo figli su figli e poi ce li mantiene la signora Meloni, come la chiama quello?» (sempre quel mio amico). Di Pino Casamassima

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