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title: Il ritardo dei giovani nelle scelte riguardanti lo studio e il lavoro
description: "L'incertezza, tra i giovani, non è minoritaria. Lo dimostrano i dati, come l'ultimo rapporto Inapp riguardante l'orientamento professionale"
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date: 2025-10-13
author: Enrico Galletti
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categories: [Società]
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# Il ritardo dei giovani nelle scelte riguardanti lo studio e il lavoro

![I giovani](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2025/10/I-giovani-1024x639.jpg)

2023-07-21 19:00:36

2023-07-21 17:00:36

Il rapporto tra i giovani e il lavoro ha subito una profonda trasformazione rispetto al passato. La "XXIII edizione dell'Indagine sui Neolaureati", presentata da GIDP, lo dimostra

Ci troviamo “di fronte a una ‘nuova coscienza e consapevolezza del lavoro’ e del valore del proprio (ma anche collettivo) benessere”. A dirlo è Marina Verderajme, Presidente Nazionale GIDP/HRDA che commenta la “XXIII edizione dell’Indagine sui Neolaureati”, presentata da GIDP.

Dall’indagine effettuata, si rileva come il rapporto tra i giovani e il lavoro abbia subito una profonda trasformazione rispetto al passato. È quindi in corso un profondo cambiamento del paradigma del lavoro? Assolutamente sì.

E non parliamo solo della questione retribuzione ma soprattutto di temi a cui i ragazzi oggi sono sempre più legati e che risultano indispensabili per la scelta lavorativa come il benessere psicologico, la possibilità di crescita (personale e professionale) e il worklife balance.

I giovani - afferma Verderajme - hanno “richieste chiare di nuovi modelli di lavoro ibridi, in cui, oltre a retribuzione e qualità del lavoro, nella scala delle priorità entra a pieno titolo il worklife balance e il desiderio di essere maggiormente protagonisti del progetto di business aziendale sia in termini di partecipazione sia in termini di condivisione dei valori aziendali sui temi ESG”.

La valorizzazione della persona assume quindi un ruolo fondamentale. Per raggiungere tale obiettivo le aziende si stanno attivando: attività di team building, flessibilità oraria e smart working non sono più considerati benefit e/o optional ma rientrano a pieno titolo nel progetto aziendale.

Fondamentale ancora oggi per trovare lavoro è il rapporto tra azienda, università e scuola, che devono interagire continuamente tra loro.

Non dimentichiamo però che si continua a parlare molto della “great resignation” (“grandi dimissioni”) e del “quiet quitting” - il cosiddetto “abbandono silenzioso” - fenomeno estremamente diffuso in particolare tra i giovanissimi (Gen Z e Millenials) dopo lo scoppio della pandemia. Meno carriera e più benessere, per riassumere il concetto.

Ambizione e motivazione sono tra i fattori - non materiali - che risultano determinanti nella scelta lavorativa. A fronte di quanto detto, non dobbiamo dimenticare di menzionare il numero dei NEETs, giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano, che quest’anno ha toccato in Italia la cifra di un milione e seicentomila. Dati che fanno riflettere. E la scuola gioca un ruolo fondamentale.

 

di Filippo Messina

I giovani e il lavoro, una nuova consapevolezza

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2023-07-25 20:26:34

2023-07-25 18:26:34

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2021-10-14 20:15:58

2021-10-14 18:15:58

Secondo una recente ricerca quasi il 50% degli italiani soffre di problemi di ansia legati al lavoro, in particolare i giovani. Le aziende corrono ai ripari con politiche ad hoc: il gruppo Atlantia, per esempio, pagherà i propri dipendenti attivi nel volontariato.

Uno sguardo amico con il collega, quattro chiacchiere alla macchinetta del caffè, un ambiente lavorativo sereno in cui ci si sente bene è più importante del lavoro stesso.

I più giovani hanno le idee chiare a riguardo, anche quando si tratta del primo impiego: tra una mansione che piace molto in cui però ci si trova male e una meno apprezzata, in cui però in ufficio ci si sente a proprio agio, meglio la seconda!

E’ quanto emerge da una ricerca condotta da BVA Doxa a Settembre 2021 e presentata da Mindwork, prima società italiana di consulenza psicologica online specializzata in ambito aziendale, sul benessere psicologico dei lavoratori italiani.

Quasi l’85% degli intervistati pensa che il benessere psicologico generale sia strettamente correlato al proprio lavoro e viceversa.

Nonostante la ricerca faticosa per trovare impiego, soprattutto in questi ultimi anni segnati da crisi economiche e pandemia, c’è chi lo trova ma si licenzia a causa di problemi psicologici che derivano proprio dal lavoro stesso. L’ambiente, il proprio capo, i colleghi, la mole lavorativa: tante possono essere le cause del malessere mentale e dello stress che ne deriva.

Quasi il 50% è la percentuale di persone che soffre di frequenti problemi di ansia e insonnia per motivi legati direttamente al mondo lavorativo. Spesso l’eccessivo stress deriva dalle richieste troppo elevate rispetto alle capacità reali del lavoratore, in particolar modo quando si fa riferimento a un giovane, magari alle prime armi e con il carattere non ancora ben formato.

Ciò non significa che il capo dia eccessiva fiducia ai propri dipendenti sopravvalutandoli ma che molte volte le troppe richieste portano il lavoratore a fare le cose velocemente e male. Frustrazione, stress e senso di inadeguatezza si accumulano, segnali che non debbono essere sottovalutati perché possono portare alla depressione.

Il malessere non rimane confinato però solo allo stato mentale ma può diventare estremamente pericoloso anche per la salute fisica delle persone; infatti, rischiano di esserci incidenti sul lavoro dovuti alla poca concentrazione durante il turno. In certi casi, come purtroppo si è visto, questi infortuni possono portare addirittura fino alla morte.

La sicurezza non deve quindi riguardare solo la manutenzione degli strumenti ma anche, ad esempio, l’avere una persona che segue i dipendenti aiutandoli e motivandoli come accade nello sport dove i mental coach sono fondamentali per il benessere degli atleti. Si pensi a quanto sia stata importante questa figura per l’oro olimpico Marcell Jacobs che grazie agli sforzi fatti è riuscito a raggiungere la vetta della classifica dei 100 metri a Tokyo 2020.

Questo avviene anche quando non si riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati. Le aspettative, infatti, sono estremamente importanti poiché esse possono diventare un punto di svolta per la buona riuscita dei propositi. Fondamentale per le aziende deve essere la produttività dei propri lavoratori, essi lavorano meglio se hanno maggiore motivazione.

Questi discorsi valgono, in modo particolare, per i più giovani.

Giovani: il benessere mentale e il lavoro. La pandemia ha peggiorato la situazione.

Gli adolescenti, più soggetti rispetto agli adulti a continui e bruschi sbalzi d’umore, sono coloro che rischiano maggiormente di demoralizzarsi quando le cose non vanno nel verso giusto.

Il Covid 19 non ha di certo aiutato a migliorare l’umore delle persone, soprattutto dei più giovani, costretti a stare chiusi in casa e con maggiore difficoltà a trovare impiego. Sempre secondo la ricerca BVA Doxa, in Italia il 49% degli under 34 si è dimesso almeno una volta proprio per problemi derivanti dalla salute mentale. La tendenza è in aumento di 5 punti percentuali rispetto al 2020, anno in cui è scoppiata la pandemia.

In America i numeri sono ancora più allarmanti: l’81% della Gen Z (Generazione Z - persone nate dal 2000 in poi), infatti, ha lasciato il proprio lavoro perché non si trovava bene psicologicamente. Certamente la giovane età e, spesso, gli studi fatti portano anche a una più ampia scelta rispetto, ad esempio, ad un adulto per il quale è molto complicato trovare un altro impiego.

Non va meglio la situazione negli Stati Uniti per i Millenials (i nati tra il 1990 e il 1999), con la percentuale che arriva fino al 68%.

Queste percentuali aumentano, anche nel nostro Paese, se si fa riferimento all’assenteismo dovuto al malessere psicologico.

Le aziende devono trovare una soluzione adeguata

Il 92% delle persone credono sia essenziale che l’azienda si occupi attivamente del benessere dei lavoratori. Una su tre dichiara di essersi assentata dal lavoro a causa del malessere emotivo. Il 42% di queste però ritiene inefficaci le iniziative promosse dalla propria azienda per arginare tale grave problema.

I dipendenti spesso non riescono a parlare del proprio malessere nel luogo di lavoro. ll 40%, infatti, si sente più tranquillo ad esprimere i propri sentimenti e problematiche ai familiari o agli amici all’interno delle mure domestiche o, ad esempio, a persone come gli psicologi.

Le aziende in aiuto dei dipendenti

Molte aziende cercano di migliorare la situazione lavorativa dei propri dipendenti andando incontro alle loro esigenze fisiche e mentali.

Un esempio recentissimo è Atlantia, società per azioni italiana attiva nel settore delle infrastrutture autostradali, aeroportuali e dei servizi legati alla mobilità, che ha concesso ai propri dipendenti fino a dieci giornate per fare volontariato senza perdere nulla dallo stipendio. Scelta non casuale questa perché è un modo per uscire dal contesto lavorativo e, come ben sappiamo, compiere buone azioni aiuta per il benessere mentale.

Google in questi anni ha lavorato molto per i propri dipendenti. In Alphabet, la società a cui fa capo Google, i propri dipendenti hanno molti benefici per trovare un equilibrio tra vita privata e lavorativa. Smartworking e turni flessibili sono solo alcune tra le possibilità dei dipendenti. Inoltre il venerdì aperitivo in ufficio servito gratuitamente dall’azienda.

Gli aiuti possono riguardante anche la maggiore conoscenza dei lavoratori per migliorarne la professionalità: STMicroelectonics, colosso dei semiconduttori, per esempio, va incontro ai propri dipendenti offrendo loro percorsi di formazione come quella in aula o online con eLearning e webinar.

In maniera simile si comporta Accenture, società di consulenza, che, con i suoi oltre 17 mila dipendenti in Italia, ha investito a livello globale oltre 830 milioni di euro in programmi di formazione mirati ai lavoratori.

I bonus, poi, possono essere anche economici: Lavazza, nonostante le difficoltà dettate dal Covid 19, ha riconosciuto ai propri dipendenti un premio che arriva fino a 3500 euro legato al raggiungimento degli obiettivi di produzione.

I lavoratori della Ferrari riceveranno un premio competitività da 7500 euro lordi legato ai risultati del 2020 a cui si affiancano i 1370 destinati ai lavoratori Stellantis.

Unicredit invece ha dato 1000 euro rivolti ai lavoratori, in relazione allo scorso anno.

Anche Barilla aveva premiato i dipendenti con 1000 euro a testa per gli sforzi fatti durante la pandemia.

Ancora più ricco il premio rivolto ai lavoratori Ferrero, relativo in parte proprio ai risultati conseguiti nel 2020, con fino a 2200 euro extra in busta paga.

 

di Filippo Messina

Quando il lavoro c’è ma non c’è la testa

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2021-10-14 20:49:25

2021-10-14 18:49:25

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2025-10-03 10:07:38

2025-10-03 08:07:38

L'AI ostacola le assunzioni dei giovani. A rivelarlo uno studio dell'Università di Harvard, che ha analizzato i dati dei curricula e le offerte di lavoro negli Usa

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il mondo del lavoro e lo sta facendo sotto i nostri occhi (dis)attenti. Come rivela un recente studio dell’Università di Harvard, a pagarne le conseguenze sono i più giovani. Attraverso l’analisi di dati riguardanti i curricula e le offerte di lavoro negli Usa – circa 62 milioni di lavoratori in 285mila aziende – i ricercatori hanno monitorato l’evolversi delle dinamiche occupazionali. Le differenze sono nette: nelle imprese che hanno integrato l’AI i junior assunti sono diminuiti in modo drastico rispetto a dove questa nuova tecnologia non è utilizzata. Laddove l’AI è presente è poi cresciuta l’occupazione dei senior. Un team di lavoro composto da un senior e tre junior viene ora sostituito da un solo senior con competenze di AI: in termini di produttività il risultato non cambia e i costi sono minori. Insomma: non c’è più il tradizionale ricambio (licenziamenti e nuove assunzioni), ora basta l’intelligenza artificiale.

Un esempio arriva dalla multinazionale Accenture. Nel giugno scorso aveva nel mondo un organico di 791mila dipendenti, che ad agosto erano diventati 779mila. I licenziamenti (di coloro che non sono ‘riqualificabili’ nell’era dell’AI) sono dovuti a due fattori: l’adozione dell’intelligenza artificiale; il rallentamento della domanda aziendale. Questa situazione ci fa capire anzitutto che l’AI è tutt’altro che ‘democratica’ ma anche che, pur non essendo una ‘nemica’, bisogna saperci avere a che fare.

Di Filippo Messina

L'AI ostacola le assunzioni dei giovani

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2025-10-03 14:01:01

2025-10-03 12:01:01

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