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Inammissibile dimenticare l’appena ieri

Quando si dovette scegliere chi vive e chi muore. Metà dei ricoverati aveva più di 70 anni ma in terapia intensiva se ne trovava solo 1  su 5.
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Inammissibile dimenticare l’appena ieri

Quando si dovette scegliere chi vive e chi muore. Metà dei ricoverati aveva più di 70 anni ma in terapia intensiva se ne trovava solo 1  su 5.
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Inammissibile dimenticare l’appena ieri

Quando si dovette scegliere chi vive e chi muore. Metà dei ricoverati aveva più di 70 anni ma in terapia intensiva se ne trovava solo 1  su 5.
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Quando si dovette scegliere chi vive e chi muore. Metà dei ricoverati aveva più di 70 anni ma in terapia intensiva se ne trovava solo 1  su 5.
Lombardia, marzo e aprile 2020. Bastano le date per riportare alla memoria le immagini dei momenti più drammatici dell’emergenza Covid. Quelli in cui nel silenzio delle strade deserte a risuonare erano solo le sirene delle ambulanze. Quelli in cui una cura, per questo male sconosciuto, non c’era. Quelli in cui ammalarsi significava quasi sicuramente morire. Soprattutto per i più anziani. Lo racconta chiaramente l’indagine realizzata unendo le informazioni degli ospedali lombardi insieme alla “Fondazione Bruno Kessler”, la Regione, l’Università Bocconi e i ricercatori di due atenei statunitensi. In quei due terribili mesi metà delle persone che venivano ricoverate per Covid erano over 70. Eppure in terapia intensiva, gli ‘anziani’ ci finivano solo in un caso su cinque. È quello che nei mesi successivi già diversi anestesisti avevano raccontato, ma che ora viene confermato dalla chiarezza delle cifre: tra marzo e aprile dello scorso anno nei reparti di massima assistenza c’erano 548 persone con più di 70 anni, su un totale di 2.457 ricoverati. Ma in tutto, gli over 70 in ospedale erano oltre 13.600. Era il momento in cui le strutture erano al collasso, le terapie intensive costantemente piene. Ed è inutile negare che vennero fatte delle scelte. Terribili, anche solo da immaginare. Ho un papà che si è ammalato di Covid proprio a marzo 2020 e proprio in Lombardia. E ho ascoltato un direttore sanitario chiedere quanti anni avesse: «Se ne ha più di 70 non lo intubiamo». Mio papà allora ne aveva 68. È vivo, è guarito dopo un mese in terapia intensiva. È guarito grazie a medici eccellenti che hanno lavorato in condizioni terribili e che hanno dovuto scegliere a chi dare una possibilità e a chi no. Oggi serve raccontarlo, con i numeri che lo rendono ancora più chiaro, perché a volte sembra che ce lo siamo tutti scordato, quel momento. Soprattutto quelli che appartengono alle fasce considerate più a rischio e che ancora rifiutano di vaccinarsi. Speriamo, siamo tutti convinti che quei mesi terribili siano parte del passato. Ma questa pandemia non è finita. E una possibilità di scelta oggi ce l’abbiamo. Quegli anziani che sono morti soli, un anno e mezzo fa, non avevano potuto scegliere. Ricordiamoci di loro. E di quei medici che non hanno potuto salvarli perché non ne avevano gli strumenti, perché si inventavano terapie intensive ovunque ma comunque non bastavano. Ognuno di noi oggi può essere in piccola parte responsabile di far sì che tutto questo non si ripeta mai più. di Annalisa Grandi 

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