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title: Italia senza bambini… nel disinteresse generale
description: Sì, siamo profondamente sfiduciati perché abbiamo la netta sensazione che di quelle culle senza bambini non importi nulla a nessuno o quasi
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date: 2024-10-22
author: Fulvio Giuliani
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categories: [Società]
tags: [bambini, Italia, politica, società]
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# Italia senza bambini… nel disinteresse generale

![Bambini](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/10/Evidenza-sito-1626-1024x639.jpg)

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2022-08-29 13:08:26

2022-08-29 11:08:26

385.000 bambini nasceranno in Italia nel 2022: dovrebbero terrorizzare un Paese e una politica poco interessata al tema della denatalità e del gelo demografico.

I 385.000 bambini che nasceranno in Italia nel 2022, dato fornito al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini dal presidente dell’Istat Carlo Blangiardo e difficilmente modificabile arrivati all’ottavo mese dell’anno, dovrebbero terrorizzare un Paese interessato al proprio futuro.

Non usiamo a cuor leggero questo verbo, ma crediamo che un bagno di realtà sia necessario: a un simile livello di nati ogni anno e soprattutto con la continua accelerazione del trend di decrescita, gran parte dei temi che stanno agitando la raffazzonata campagna elettorale di queste settimane semplicemente non hanno ragion d’essere. Con una contrazione così pesante e veloce del numero di abitanti in generale - 1.200.000 residenti in meno nel giro di 10 anni - e in particolar modo della popolazione più giovane e attiva, qualsiasi conto di carattere fiscale e previdenziale andrà radicalmente rivisto.

Questo è un fatto, come è un fatto che tutti i partiti si guardino bene dal farne seppur minimo cenno. Dovessero farlo, del resto, buona parte dei loro programmi e promesse diventerebbe all’istante carta straccia.

Sappiamo perfettamente quanto il tema della denatalità sia ormai venuto a noia a larghe fasce della popolazione, anche perché imbevute di balle ripetute per anni sull’idea che si possa sempre distribuire, senza preoccuparsi di produrre e accumulare. Una sciocchezza grave e potenzialmente fatale, di cui un giorno in molti dovranno render conto. Anche le parole di papa Francesco, tagliente nel ricordare come in molti preferiscano l’affetto di un cane al mettere al mondo un bambino, lasciano il tempo che trovano.

Il gelo demografico, però, può suggerire una riflessione diversa. È indiscutibile, e non solo con implicazioni negative, che il nostro Paese stia progressivamente invecchiando e che in virtù delle riflessioni sopra esposte si stia allungando l’età attiva delle persone. A nostro modesto avviso, una benedizione, perché non ci limitiamo a vivere di più e meglio, ma abbiamo sempre più anni per dare un senso alla nostra esistenza, coltivando talenti, professioni e passioni.

Nel mondo di prima, la vita era rigidamente suddivisa nelle tre fasi di apprendimento, lavoro e pensione e dopo i cinquant’anni cominciava l’era della raccolta. Diciamolo, del godimento dei frutti della fatica accumulata negli anni. Pensare di riproporre oggi una simile sequenza ha del ridicolo e l’unica strada appare quella di ragionare in termini di opportunità prima negate. Provando a superare la paura del nuovo e dell’ignoto.

Da sempre, la creatività e il massimo delle nostre capacità produttive sono associate agli anni della giovinezza. La storia delle arti e delle scienze rafforza indiscutibilmente questa tesi. Nei secoli in cui l’età media faticava a superare i quarant’anni, giocoforza si dava il meglio fra i 20 e i 30. Anche il Novecento, peraltro, è ricco di spettacolari esempi di genialità giovanile, si pensi solo agli incredibili progressi della fisica nei primi decenni del secolo e all’età media dei loro protagonisti.

Oggi, la sfida lanciata a noi delle generazioni mature è quella di accettare l’inesplorato, anche quando saremmo naturalmente attratti da comodità e sicurezze. Nessuno è così ipocrita da negare disagi e traumi degli ultra cinquantenni alle prese con la perdita del posto di lavoro e dei propri riferimenti, ma una società realmente dinamica non dovrebbe prescindere dal poter offrire nuove occasioni a tutti e a tutte le età.

Questo comporta fatica e impegno, senza dubbio, chiamando ciascuno di noi a reinventarsi in un’età che solo negli anni Novanta era considerata l’anticamera della pensione. Saremo ottimisti e un filo romantici, ma non ci sembra così male.

 

di Fulvio Giuliani

La sfida dell'Italia nella lotta alla denatalità

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2022-08-29 13:07:11

2022-08-29 11:07:11

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2024-03-30 08:21:35

2024-03-30 07:21:35

Siamo così assuefatti al gelo che l’ennesima conferma del precipizio demografico in cui l’Italia si è allegramente lanciata di fatto non riesce a fare notizia

Siamo così assuefatti al gelo che l’ennesima conferma del precipizio demografico in cui l’Italia si è allegramente lanciata di fatto non riesce a fare notizia. I dati dell’Istat diffusi ieri, che certificano il secondo dato più basso di sempre quanto a neonati nel 2023 con 379mila è fra le notizie che per dovere e abitudine mista a pigrizia tutti i mezzi di informazione rilanciano, ma nell’assoluta consapevolezza che l’attenzione del pubblico sarà molto relativa. Eufemismo.

Siamo abituati a queste cifre, al tasso di fertilità via via più basso, a quell’1,2 bambini per donna (facemmo peggio solo una volta, nel 1995) che in alcune regioni non può che essere statisticamente ancora ridotto, finendo sotto quota un figlio per donna in Sardegna. Dove andiamo “alla grande“, cioè in Trentino Alto Adige, arriviamo a 1,42 in calo.

Potremmo andare avanti, ricordare che perdiamo abitanti (siamo scesi a 58,9 milioni di residenti), che diventiamo sempre più vecchi, che ci condanniamo a parlare sempre più di pensioni, assistenza e sanità. Che allegria. Una vocina da qualche parte nella testa ci ricorderà anche che dovremmo risparmiarci le polemiche lunari sugli immigrati, considerato che neppure il loro afflusso ormai riesce a equilibrare la situazione. E che senza potremmo anche chiudere bottega. Secondo i ginecologi, l’ultimo italiano - a questi ritmi - nascerà nel 2225.

Ha senso scriverlo, però, dal momento che l’assuefazione di cui sopra è pressoché totale? Chi ancora reagisce alla notizia si limita a ricordare che non ci sono le condizioni economiche e lavorative, lamenta l’impossibilità di realizzarsi per le coppie. Figurarsi pensare seriamente non tanto a “mettere su famiglia“ ma a lanciarsi nell’impresa di fare più di un figlio. 

È così, ormai anche solo provare a sostenere opinioni e sensazioni diverse ti fa apparire o un noioso e ripetitivo “Zio“ uscito da qualche ingiallita fotografia del passato o, molto peggio, un censore dei costumi, indifferente alle difficoltà, ai dubbi e alle paure dei giovani d’oggi. 

Ci sarebbe una terza via: magari siamo semplicemente spaventati dall’idea di vivere in un paese irrimediabilmente vecchio, desertificato dai suoni e dalla presenza stessa dei bambini, ridotto a rinsecchirsi come inevitabilmente si rinsecchisce una società che non sappia rinnovarsi. E come diamine possiamo rinnovarci, senza bambini oggi e ragazzi domani... vallo a capire. Se questi ultimi conteranno sempre meno per il banale motivo che saranno così pochi da interessare poco o nulla in termini politici e anche di mercato. 

Per come siamo messi, ormai, saremmo già felici che qualcuno voglia ancora parlarne senza fare spallucce e fregandosene.

di Fulvio Giuliani

Culle e teste vuote

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2024-03-31 09:32:42

2024-03-31 07:32:42

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