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La cura delle anime ai preti robot

Possono citare le Scritture, recitare preghiere, celebrare funerali e confortare chi è in crisi spirituale e non trova un sacerdote.

Era tutto previsto. L’industria di massa dei robot e soprattutto dell’intelligenza artificiale sostituisce tutto e tutti, inclusi i preti. Per ora non sono alla vista dei robot che sostituiscano Dio, anche se nei millenni l’uomo ha spesso creduto di averlo fatto. La frase consolatoria degli addetti ai lavori è che «un robot non può prendere il posto di un sacerdote perché non ha l’anima», ma si stima che il crollo delle vocazioni possa essere un motivo non dichiarato del proliferare dei preti robot e c’è chi si spinge oltre suggerendo che non hanno sesso e potrebbero interloquire coi fedeli senza coinvolgimenti e perfino confessarli.

A Varsavia il ricercatore italiano Gabriele Trovato, guru della robotica religiosa, ha creato SanTO (SANctified Theomorphic Operator), una statuetta di mezzo metro d’altezza, caricata di due millenni di cattolicesimo, da lui definita «il primo robot cattolico dai tempi di Filippo II di Spagna» (nel Medioevo si progettavano automi per Pasqua e Natale e nel Cinquecento si creò un monaco meccanico, ancora funzionante). Il ricercatore definisce il suo SanTO anche «un’opera d’arte sacra con funzionalità interattive», che lo rendono un ‘compagno di preghiera’ per tanti anziani, come accade in un ospizio in Germania. Ha poi in programma di creare qualcosa per i mussulmani, ma non è facile prevedere cosa. Fra le definizioni date a SanTO c’è anche quella prosaica di «smart-speaker Alexa-ma-cattolico». D’altronde Alexa è collegato direttamente con la Chiesa d’Inghilterra e sa rispondere a quasi 100mila domande dei fedeli.

A Kyoto, in un tempio secolare, troneggia il robot Mindar, tutto d’alluminio, con volto e mani di silicone color pelle. Il suo curatore, il monaco buddista Tensho Goto, dichiara alla Bbc che un uomo di culto muore e invece un robot può essere eterno, che non è blasfemo ma è l’inizio di un processo graduale e che l’intelligenza artificiale creerà un cambiamento in tutte le religioni. Fra i fedeli giapponesi (gli occidentali sono ben più scettici) c’è chi dice che un robot possa aiutare a trasmettere ‘il sentiero del Buddha’ ai più giovani e chi dichiara di sentire, grazie al contatto visivo con la macchina, che Mindar abbia effettivamente un’anima. D’altronde in Giappone i robot di compagnia conquistano a volte lo status di membro della famiglia, con tanto di cerimonia funebre quando smettono di funzionare e i giapponesi che non possono permettersi un funerale con un officiante umano scelgono di pagare un robot (il famoso Pepper) a un prezzo molto più abbordabile.

A Pechino, nel monastero Longquan, il monaco androide Xian’er recita mantra buddisti ed è una guida spirituale su questioni di fede. A Wittenberg, dove insegnava teologia Martin Lutero, il robot-prete BlessU-2 – programmato per impartire la benedizione in 5 lingue – ha posto il doveroso quesito se una macchina possa davvero benedire i fedeli. Non sempre i robot religiosi sono tutto metallo ed elettronica. Ci sono anche quelli semplicemente disegnati a matita sul cellulare, con tratti infantili. È il caso di Robo-Rabbi, creato da Michael Fisher (Stanford University) e Lior Cole (Cornell University), che tentano di rispondere auto-provocatoriamente al quesito «Può l’intelligenza artificiale essere ebrea?».

Tutti i sacerdoti-robot sembrano avere un’offerta comune per gli umani d’ogni culto con i quali interagiscono: sollecitano tante domande, quasi sempre domande che gli umani fanno a sé stessi. E ditemi se è poco.

di Edoardo Fleischner

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