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La Generazione Z e la guerra

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Molti ragazzi della Generazione Z sono cresciuti con i racconti di guerra dei nonni, quelli delle loro fughe dalle bombe quando erano solo dei bambini

Gen Z guerra

La Generazione Z e la guerra

Molti ragazzi della Generazione Z sono cresciuti con i racconti di guerra dei nonni, quelli delle loro fughe dalle bombe quando erano solo dei bambini

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La Generazione Z e la guerra

Molti ragazzi della Generazione Z sono cresciuti con i racconti di guerra dei nonni, quelli delle loro fughe dalle bombe quando erano solo dei bambini

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Molti ragazzi della Generazione Z sono cresciuti con i racconti di guerra dei nonni, quelli delle loro fughe dalle bombe quando erano solo dei bambini. Ricordando le loro voci ci rendiamo conto che, se quei giorni drammatici tornassero, loro sarebbero forse i soli capaci di reagire e proteggersi. Noi giovani, immersi nella retorica del “non succederà mai”, faremmo probabilmente una brutta fine.

“Prepararsi al peggio” è lo slogan che politici, diplomatici e analisti hanno adottato da due anni a questa parte, almeno dall’invasione russa dell’Ucraina. La guerra, uno spettro lontano quasi 70 anni, alla fine è tornata a far parlare di sé e a permeare le vite e le preoccupazioni di noi europei. Ma in Italia ci ostiniamo a non voler affrontare l’argomento perché gli scontri sono lontani. Verissimo, ma se domani scoppiasse un conflitto il nostro Paese non saprebbe far fronte alla prima emergenza che si verrebbe a creare: i bombardamenti. Sono questi i pericoli che dovremmo affrontare nella prossima guerra. Non tank al Brennero o a Gorizia, ma droni e missili dal Mediterraneo e dai cieli.

Eppure sembriamo non capirlo, soprattutto noi della Generazione Z. Stando a uno studio dello scorso gennaio, il 90% dei giovani crede che nei prossimi decenni un conflitto che ci coinvolga potrebbe scoppiare, ma quasi nessuno vuole pensare a cosa succederà né vuole prepararsi. È dunque chiaro che anche le proposte di ‘mini-naje’ su base regionale, presentate nei mesi scorsi alla Camera dalla Lega, vengano accolte con freddezza se non disprezzo. E non solo dai ragazzi, ma anche dai vertici militari. Che senso ha arruolare giovani poco interessati, formarli e tenerli qualche settimana nelle caserme (peraltro assenti in alcune regioni)? Piuttosto, per ovviare alla cronica mancanza di organici delle Forze armate, servirebbe aumentare i posti disponibili per i volontari.

In ogni caso, qualcosa bisognerà pur fare. La Generazione Z, seppur non disposta a imbracciare le armi per mitigare il rischio, sembra consapevole del pericolo. Ma chi ha detto che serva davvero un fucile per far fronte a una guerra lontana, che si concretizza in patria con bombardamenti contro la popolazione? Forse, più che una mimetica, servirebbe una tuta della Protezione civile, presente ovunque con volontari addestrati su base regionale in ambito antincendio, primo soccorso e risposta a calamità e disastri. Perché dunque non inserire nella formazione anche un capitolo dedicato alla gestione di attacchi con bombe, armi chimiche e magari nucleari? In fondo, se scoppiasse un conflitto sarebbe proprio la Protezione civile a occuparsi di informazione, evacuazione e supporto alle persone, come fa già di fronte alle crisi quotidiane del Paese.

Noi ragazzi dovremmo rifletterci seriamente. Basta poco, qualche settimana di corsi obbligatori al compimento dei 18 anni nei centri della regione di residenza, per garantire all’Italia una maggiore consapevolezza dei rischi e una capacità di reazione in caso di pericolo. Sul lungo termine anche per la guerra, ma nel breve periodo contro calamità ed emergenze divenute ormai costanti. Così la Generazione Z potrebbe ritagliarsi un ruolo attivo e al servizio della comunità in una eventuale guerra, senza però essere costretta a combattere. Si potrebbe obiettare che, anche con la formazione, ci mancherebbero le infrastrutture necessarie a salvarci da bombe e missili. Forse, ma intanto impariamo a pensare di doverci proteggere. Vedrete che il resto verrà da sé.

di Umberto Cascone

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