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La sicurezza non è solo nei numeri

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La sicurezza non è solo nei numeri. Che nelle forze dell’ordine vi siano carenze di organico è un ritornello – vero – che abbiamo spesso sentito ma il tema è ben più ampio

La sicurezza non è solo nei numeri

La sicurezza non è solo nei numeri. Che nelle forze dell’ordine vi siano carenze di organico è un ritornello – vero – che abbiamo spesso sentito ma il tema è ben più ampio
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La sicurezza non è solo nei numeri

La sicurezza non è solo nei numeri. Che nelle forze dell’ordine vi siano carenze di organico è un ritornello – vero – che abbiamo spesso sentito ma il tema è ben più ampio
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Che nelle forze dell’ordine vi siano carenze di organico è un ritornello che abbiamo spesso sentito e che corrisponde al vero. Puntualmente i sindacati lanciano l’allarme, specialmente quando il tema della sicurezza torna prepotentemente in prima pagina come nelle ultime settimane. Ma nel nostro Paese si ha un po’ la tendenza a giustificare ogni problema con la scarsità di uomini e mezzi. In realtà il tema è ben più ampio e la soluzione non sta semplicemente nei numeri. Anche immaginando di moltiplicare la presenza di agenti nelle strade, nei quartieri e nelle periferie difficili, resta irrisolta la questione di quello che avviene dopo il fermo dei colpevoli. Perché nel nostro ordinamento, per numerosi reati che prevedono una condanna fino a due anni, la pena è sospesa. E così, soprattutto proprio per quei reatiminori’ – i più frequenti nelle nostre città, quelli che maggiormente contribuiscono alla percezione di insicurezza dei cittadini – chi finisce in carcere lo fa soltanto dopo averne commessi parecchi o di maggiore gravità. Non si tratta di invocare condanne di anni e anni per un reato come ad esempio il furto con strappo, ma di far sì che – se comminate – le pene detentive siano reali e non soltanto teoriche. Perché, inutile negarlo, l’unico deterrente psicologico è proprio quello di finire in carcere. Se invece il percepito di chi commette quei reati è che alla fine nelle maglie dell’ordinamento si arriva a condanna dopo molti anni oppure si resta di fatto quasi impuniti, è ovvio che chi delinque tenderà a continuare a farlo. Pure se si riempiono le strade di carabinieri e poliziotti. Un tema che riguarda naturalmente anche i minori, al centro delle ultime terribili vicende di cronaca. È giusto che a loro carico vi sia un procedimento con maggiori tutele, ma per molti di loro il senso di impunità diventa una sorta di scudo. C’è quindi il rischio che il minore – quello che in teoria bisognerebbe cercare di recuperare – maturi la percezione che tutto gli sia concesso. Basti pensare all’unico minorenne degli arrestati per lo stupro di Palermo: una volta rilasciato, sui social ha praticamente iniziato a vantarsi di quello che aveva fatto. In questo come in altri casi l’organico delle forze dell’ordine non c’entra nulla. Non foss’altro perché i responsabili delle violenze sono stati identificati con grande rapidità. Il problema è che poi, se il meccanismo giudiziario s’inceppa, siamo punto e a capo. Un tema che puntualmente si ripropone. Peccato che alla fine non cambi mai nulla.   di Annalisa Grandi

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