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Brigata Ebraica

La splendida Brigata Ebraica

La storia di un milione e mezzo di ebrei che fecero parte di eserciti alleati durante la Seconda guerra mondiale 
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La splendida Brigata Ebraica

La storia di un milione e mezzo di ebrei che fecero parte di eserciti alleati durante la Seconda guerra mondiale 
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La splendida Brigata Ebraica

La storia di un milione e mezzo di ebrei che fecero parte di eserciti alleati durante la Seconda guerra mondiale 
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La storia di un milione e mezzo di ebrei che fecero parte di eserciti alleati durante la Seconda guerra mondiale 
Nei primi giorni del marzo 1945 i ragazzi del Gruppo di combattimento “Cremona” schierati nei pressi di Alfonsine, in Romagna, si trovarono al loro fianco – al posto degli abituali gurkha dell’esercito anglo-indiano – degli strani soldati dall’aspetto occidentale ma che parlavano una lingua altrettanto incomprensibile. Vestivano l’uniforme inglese, portavano l’elmetto a catinella e avevano cucito sulla manica uno strano distintivo che sembrava una stella a sei punte. «Chi sono?» chiesero. «Ebrei» fu loro risposto. Facevano parte della Brigata Ebraica (Jewish Infantry Brigade Group, Chativah Yehudith Lochemeth) che nel settembre 1944 era stata formata con cinque battaglioni di fanteria, uno di artiglieria, una compagna motorizzata, una compagnia del genio, unità di sanità e logistiche e un reparto di polizia militare. Si trattava in tutto di circa 4mila volontari: il 20% provenivano dal Mandato britannico in Palestina, il restante 80% da 53 Paesi del mondo. Comandata da ufficiali anglo-ebrei, alla sua testa vi era il generale ebreo canadese Ernest Frank Benjamin. Il battesimo del fuoco avvenne il 19 marzo 1945 contro la Quarta Divisione paracadutisti della Wehrmacht. A differenza degli italiani, i tedeschi capirono subito chi avevano di fronte e ne furono terrorizzati: quei soldati stavano infatti combattendo ostentando il simbolo che il regime di Hitler aveva imposto come simbolo di umiliazione. Il tenente Tony Vam Ghelder di Londra e il soldato Mosè Wadl di Magdiel, in Palestina, da soli catturarono una intera squadra di mitraglieri. Era dalla rivolta di Simon Bar Kochba contro i Romani (132-135 d.C.) che un reparto militare ebraico combatteva con insegne ebraiche. In realtà durante la Seconda guerra mondiale fecero parte degli eserciti alleati un milione e mezzo di ebrei, tra cui almeno sei generali britannici, sei statunitensi e nove sovietici. La proposta di arruolare reparti specificamente ebraici – fatta dal presidente della Agenzia ebraica e futuro primo presidente di Israele Chaim Weizman addirittura due giorni prima dell’attacco di Hitler alla Polonia – non aveva invece trovato entusiasta il governo britannico, che sul Mandato in Palestina intendeva tenersi le mani libere e semmai tendeva a favorire gli arabi. Solo il 28 settembre 1944 Winston Churchill diede il suo assenso all’arruolamento e all’addestramento della nuova unità militare. Il 9 aprile 1945 la Brigata Ebraica attaccò e conquistò monte Gabbio, Cuffiano e Riolo Terme in una breve ma violenta battaglia in cui ebbe 34 morti (tutti sepolti nel cimitero militare ebraico di Piangipane di Ravenna) e un centinaio di feriti. Sfondato il fronte, la Brigata raggiunse il corso del Po. Venne poi mandata in Austria, Olanda e Belgio, partecipando alla parata della vittoria delle forze alleate ad Anversa. In Europa i suoi militari si misero ad assistere gli ebrei scampati allo sterminio, ma anche ad aiutarli a raggiungere la Palestina. Attività non gradita dal governo britannico, che nell’estate del 1946 decise di sciogliere la Brigata. L’addestramento ricevuto e l’esperienza maturata si rivelarono però preziosi per molti dei suoi congedati, che avranno un ruolo chiave nella formazione del nuovo esercito israeliano. Tra gli ex ufficiali della Brigata Ebraica si conteranno infatti ben 35 generali israeliani, compresi i primi due capi di Stato maggiore. Paradossalmente, in Italia la sua storia è conosciuta soprattutto per la tradizione di contestazione ai suoi simboli, che alle manifestazioni del 25 aprile sono tradizionalmente portati dalle rappresentanze delle comunità ebraiche. Di Maurizio Stefanini

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