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title: La Storia e la fiction da non confondere. Mai
description: In Italia vi è poca consapevolezza condivisa del passato storico. Il terrorismo di destra e di sinistra battuto dalla democrazia.
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date: 2024-02-16
author: Fulvio Giuliani
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/societa/la-storia-e-la-fiction-da-non-confondere-mai/
categories: [Società]
tags: [Italia, politica, storia]
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# La Storia e la fiction da non confondere. Mai

![Strage piazza Loggia Brescia](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/02/Strage-piazza-Loggia-Brescia.jpg)

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2024-01-30 07:59:48

2024-01-30 06:59:48

La vicenda del carabiniere che disconosce Mattarella come proprio Presidente della Repubblica e che dimostra che la divisa non è il suo abito ideale

Il problema di un carabiniere che afferma di non sentire il Presidente della Repubblica come il proprio, anche perché non lo ha votato, non si risolve certo trasferendolo. Va espulso dall’Arma. Innanzi tutto perché non gli è chiaro in quale contesto istituzionale s’inquadri il suo lavoro, il suo servizio alla collettività.

Se non riesce a capire il senso della lealtà alle istituzioni non può certo difenderle. Se poi, per giunta, afferma di non averlo votato, dimostrando di non avere la più lontana idea dell’ordinamento repubblicano, è evidente che la divisa non è il suo abito ideale.

Ad attenuante di quel carabiniere si può tirare in ballo il fatto che non è il solo ipotetico servitore dello Stato a fraintendere il ruolo che svolge e non è il solo a dar fiato alla bocca senza alcuna sensibilità e rispetto. Ma è una attenuante che può essere riconosciuta all’individuo, non al carabiniere. Ed è un’attenuante che chiama un drammatico concorso di colpa collettivo, che non si affronta chiudendo un occhio ma aprendoli tutti.

Alla signora che, pur cortesemente, provava ad aprire un confronto sulle parole presidenziali doveva essere data una risposta non meno cortese, ma netta: siamo qui per garantire l’ordine pubblico, non per discuterne i contorni e le finalità; siamo qui per far prevalere il diritto a manifestare le opinioni e il dovere di farlo nel rispetto delle norme, non per manifestare le nostre. Questo è il senso della divisa che si indossa.

di Sofia Cifarelli

Il carabiniere che disconosce il Presidente

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2024-01-30 07:59:48

2024-01-30 06:59:48

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2024-01-23 14:55:18

2024-01-23 13:55:18

"Tutto deve cambiare perché tutto resti com'è": una frase che rappresenta perfettamente la scuola in Italia. Ciò che sembra subire modifiche, in realtà, rimane praticamente uguale

Non c’è nulla di più gattopardesco della scuola, dove «tutto deve cambiare perché tutto resti com’è». Ogni anno muta puntualmente un aspetto dell’inutilmente costoso e autoreferenziale esame di Stato, senza che si abbia la minima conseguenza sulla didattica (si può cambiare soltanto la fine di un lungo percorso?). Oppure, dopo aver investito soldi e competenze per la didattica a distanza (Dad), ora è assolutamente vietato agli studenti collegarsi da casa, anche se malati per un mese: meglio il nulla che il demonio Dad.

Ogni primavera si organizzano meticolosamente le prove Invalsi: poi però è considerato normale che i risultati indecorosi di aprile siano ribaltati dal voto d’esame e che la restituzione dei dati sia relegata a pochi interessati senza degnarla di alcuna riflessione didattica. Da alcuni anni è stata introdotta in pompa magna l’educazione civica come materia a sé (con tanto di voto): peccato non si dica che le 33 ore annuali sono suddivise in blocchi da due o tre per docente (e ognuno litiga per scansarle), che ciascuno ci faccia rientrare argomenti in qualche modo inerenti a quelli che già normalmente trattava e che i voti vengano dati a turno, con intuibile attendibilità docimologica. Invece di questa ‘recita’ sarebbe più rispettoso – per la dignità della materia – introdurre due ore settimanali di educazione civica e religiosa, tenendo anche conto che per ogni ora di religione vengono pagati due docenti (uno per alternativa) e che per un reale dialogo fra civiltà è indispensabile conoscere le basi sia della propria religione sia delle altre.

Quest’anno il Ministero si fregia del successo dei ‘docenti tutor’ e anche qui nessuno dice che il re è nudo. I tutor, che avrebbero dovuto essere insegnanti di ruolo ed esperienza, dato che non si trovavano sono stati successivamente reclutati anche fra precari o docenti nell’anno di prova con telefonate a casa di supplica o pressione, pur di arrivare in qualsiasi modo al numero minimo. Con un corsetto estivo di 20 ore online sono stati resi perfettamente in grado di aiutare ogni studente a capire le proprie inclinazioni, la validità del proprio metodo di studio, le scelte per il proprio futuro. Peccato non si sappia precisamente quando e come agiranno e – dato il rigoroso metodo di reclutamento – succeda che un precario del biennio professionale debba tutorare 50 ragazzi di quinta liceo completamente sconosciuti. Soltanto i Collegi dei docenti di cinque scuole venete hanno pubblicamente (e onestamente) dichiarato di non avere le competenze per questo ruolo e che accettare sarebbe stato svilire sia la loro professionalità sia quelle di figure titolate come gli psicologi. Invece la maggioranza ha considerato normale che si possa velocemente diventare tuttologi e con un altro corsettino l’anno prossimo si potrà diventare anche esperti di educazione sentimentale.

Da quest’anno si devono inoltre dedicare 30 ore per classe all’orientamento. Grandissima conquista. Peccato che basti scrivere “orientamento” nell’apposita casella del registro ogni volta che si fa un dibattito, si legge un articolo, si racconta un ricordo universitario, si fa un’assemblea di istituto: non è forse tutto ‘orientante’? Basta cambiare nome alle cose e magicamente diventano innovazioni di successo. E i docenti accettano, lamentandosi nei corridoi ma senza la vera volontà di opporsi: in fondo è soltanto qualche modulo in più da compilare, si prende qualche soldo e si fanno le stesse cose con nomi nuovi. «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus».

di Cristina Agazzi

La scuola e le cose che non cambiano

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2024-01-23 15:21:28

2024-01-23 14:21:28

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2023-10-16 08:06:16

2023-10-16 06:06:16

La tragedia umanitaria di Gaza è davanti ai nostri occhi. Si può ancora pensare di sovrapporre Israele, i suoi cittadini e il suo governo ai tagliagola e agli assassini di bambini?

La tragedia umanitaria di Gaza è davanti ai nostri occhi, le fotografie delle incubatrici negli ospedali del territorio sotto il tacco di Hamas e sottoposti alle incursioni israeliane interrogano la nostra coscienza. Perché da questa parte del mondo - quella delle perfettibilissime democrazie liberali attaccate insieme a Israele - non siamo abituati a silenziarla, come coloro che hanno pianificato ed eseguito gli orrendi attacchi del 7 ottobre.

Come quelli che fanno finta di non capire cosa sia accaduto in quella giornata devastante.

La nostra posizione è la posizione dell’Unione europea: il diritto alla difesa di Israele è sacrosanto, il diritto alla difesa comprende la necessità di stanare uno a uno i terroristi di Hamas fino a quando l’organizzazione non sarà stata ridotta all’impotenza.

Questo non è in discussione, così come non è in discussione l’esigenza di tutelare la popolazione civile della Striscia di Gaza, consentire il massimo dell’evacuazione possibile da quella prigione a cielo aperto che è in particolare Gaza City. Lì dove i carcerieri sono gli uomini di Hamas, che vogliono quanti più morti fra i propri civili per perseguire l’unico scopo che concepiscono: morte a Israele e nel mentre isolare lo Stato ebraico. Soprattutto da quei governi e opinioni pubbliche che lentamente stanno accettando l’idea della pacifica coesistenza con lo Stato di Israele.

Per ogni singolo cittadino israeliano sono giornate di indicibile dolore e lacerazioni morali: l’assoluta fedeltà al proprio Paese non è in discussione. Sono sempre più, però, coloro che accusano il governo per il clamoroso fallimento del 7 ottobre. Si protesta in strada, almeno tre ministri sono stati costretti ad abbandonare gli ospedali in cui erano andati a portare conforto ai feriti.

Israele è una società evoluta, complessa, profondamente democratica, in cui il premier Benjamin Netanyahu oggi è il comandante in capo ma domani sarà chiamato a rispondere dei suoi fallimenti politici.

Il Paese che ieri ha dovuto e saputo tener conto delle pressioni statunitensi, dell’Ue, di ogni singolo governo che si è schierato con Tel Aviv. Dichiarare che “le significative operazioni di terra“ a Gaza sarebbero cominciate solo dopo l’evacuazione non è una concessione generica. Come la ripresa delle forniture di acqua potabile nella Striscia.

È un obbligo per il governo di uno Stato democratico e di diritto: non dimentichiamo che le oceaniche manifestazioni di protesta contro Netanyahu erano determinate dall’accusa al Primo Ministro di mettere a rischio proprio i principi dello Stato di diritto.

Alla luce di tutto questo, si può ancora pensare di sovrapporre Israele, i suoi cittadini e il suo governo ai tagliagola e agli assassini di bambini? C’è ancora qualcuno disposto ad accettare le rivoltanti teorie secondo le quali il 7 ottobre sarebbe “colpa“ di Israele e l’attacco a Gaza uguale all’infamia di 9 giorni fa?

Domande solo apparentemente retoriche nell’Italia di oggi.

 

di Fulvio Giuliani

Dittatura, democrazia e differenze

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2023-10-16 08:06:16

2023-10-16 06:06:16

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