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Intelligenza artificiale e nuovi talenti

L’AI generativa richiederà nuovi talenti

Se correttamente affrontata dalle aziende, l’intelligenza artificiale favorirà la nascita di 2,5 milioni di posti di lavoro in più
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L’AI generativa richiederà nuovi talenti

Se correttamente affrontata dalle aziende, l’intelligenza artificiale favorirà la nascita di 2,5 milioni di posti di lavoro in più
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L’AI generativa richiederà nuovi talenti

Se correttamente affrontata dalle aziende, l’intelligenza artificiale favorirà la nascita di 2,5 milioni di posti di lavoro in più
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Se correttamente affrontata dalle aziende, l’intelligenza artificiale favorirà la nascita di 2,5 milioni di posti di lavoro in più
Mauro Macchi, amministratore delegato di Accenture Italia, ha pochi dubbi: «L’adozione dell’intelligenza artificiale generativa renderà necessario formare non soltanto nuovi talenti, ma soprattutto provvedere all’upskilling e al reskilling dell’attuale forza lavoro, coinvolgendo circa 9 milioni di lavoratori italiani». È questo il commento del top manager allo studio “The Foundations of Our New Reality”, fra i cui risultati c’è anche la possibilità che l’intelligenza artificiale – se correttamente affrontata dalle aziende del nostro Paese – favorisca la nascita di 2,5 milioni di posti di lavoro in più. Durante l’età della pietra tutti erano ‘lavoratori’. Ciascuno doveva svolgere le mansioni di cacciatore e raccoglitore, per non morire di fame. Poi le cose sono cambiate e nel corso dei millenni si sono succedute trasformazioni epocali per l’umanità, fino alla Rivoluzione industriale che ha cambiato radicalmente e rapidamente ogni ambito della vita: dalla crescita esponenziale della popolazione mondiale all’esplosione dei fenomeni migratori su larga scala, dallo sviluppo della vita urbana ai nuovi rapporti fra città e campagna. Ognuna delle rivoluzioni tecnologiche che l’umanità ha attraversato ha portato con sé due conseguenze: la nascita di lavori nuovi da una parte, la trasformazione dei vecchi lavori dall’altra, determinandone spesso la marginalità o la scomparsa. Capire e metabolizzare tutto questo è fondamentale per comprendere le nuove sfide economiche e sociali che abbiamo davanti: in Italia questo non accade o accade a corrente alternata, animando dibattiti che sfociano spesso in pericolose e antistoriche tentazioni neoluddiste. Mai come oggi andrebbe riletta la “Petizione dei fabbricanti di candele”, con cui Frédéric Bastiat ridicolizzava gli argomenti protezionistici e anti innovazione attraverso l’immaginaria lamentela dei produttori di candele contro la concorrenza sleale del sole. Un punto di snodo italiano è rappresentato dalle piccole e medie imprese, ancora lontane – salvo qualche apprezzabile eccezione – dal sintonizzarsi sulle frequenze dell’industria intelligente. Con anche una trasformazione culturale dei sani meccanismi di incentivi per tutti, su cui ogni lavoratore possa costruire quote di reddito crescente. La sfida è per il sistema di istruzione italiano: formare capitale umano in campo tecnologico per sfruttare queste opportunità. Il lavoro non può essere un terreno di scontro ideologico, ma di costruzione di ricchezza. Però finché resteremo il Paese con un costo del lavoro per unità di prodotto da record in Europa – e non ci decideremo a intervenire su questo fattore – c’è poco di positivo da immaginare. Gli investimenti in tecnologia e in una nuova organizzazione del lavoro possono rappresentare una strada per recuperare produttività. Se la perdiamo, saremo noi a restare indietro. Non certo il resto del mondo. Di Antonluca Cuoco

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