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Lavoro e sicurezza psicologica: una condizione invisibile che fa la differenza

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Torna la rubrica dedicata al lavoro. L’head hunter Gabriele Ghini di Transearch International Partners analizza un aspetto spesso sottovalutato dai leader d’azienda: la sicurezza psicologica sul luogo di lavoro ovvero come e quando i dipendenti si sentono liberi di poter parlare di quello che non funziona senza temere conseguenze

Lavoro e sicurezza psicologica: una condizione invisibile che fa la differenza

Torna la rubrica dedicata al lavoro. L’head hunter Gabriele Ghini di Transearch International Partners analizza un aspetto spesso sottovalutato dai leader d’azienda: la sicurezza psicologica sul luogo di lavoro ovvero come e quando i dipendenti si sentono liberi di poter parlare di quello che non funziona senza temere conseguenze

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Lavoro e sicurezza psicologica: una condizione invisibile che fa la differenza

Torna la rubrica dedicata al lavoro. L’head hunter Gabriele Ghini di Transearch International Partners analizza un aspetto spesso sottovalutato dai leader d’azienda: la sicurezza psicologica sul luogo di lavoro ovvero come e quando i dipendenti si sentono liberi di poter parlare di quello che non funziona senza temere conseguenze

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Negli ultimi anni, nelle aziende si parla sempre più spesso di sicurezza psicologica. A volte con convinzione, altre con un certo sospetto. Perché il rischio è che venga percepita come una parola “di moda” o, peggio, come qualcosa di vago, poco concreto, quasi emotivo. E invece riguarda molto da vicino il modo in cui le organizzazioni funzionano ogni giorno.

La sicurezza psicologica non è una questione di carattere o di sensibilità personale, ma una condizione di lavoro. Riguarda la possibilità per le persone di dire ciò che serve dire senza paura di conseguenze sproporzionate. Fare una domanda, segnalare un problema, ammettere un errore, portare un punto di vista diverso. Tutte azioni normali, che però in molti contesti diventano rischiose.

Da Head Hunter, lavorando con le aziende, lo vediamo chiaramente: quando le cose iniziano a non funzionare, raramente manca l’intelligenza o la competenza. Molto più spesso manca la circolazione delle informazioni. Le persone sanno, ma non dicono. Vedono, ma non segnalano. Intuiscono, ma aspettano. E nel frattempo i problemi crescono.

Qui vale la pena chiarire un equivoco. Sicurezza psicologica non significa dire tutto, sempre, ovunque. Non è uno sfogo continuo, non è una chat WhatsApp aziendale, non è informalità senza confini. Al contrario, un ambiente psicologicamente sicuro è un ambiente ordinato, dove le conversazioni importanti avvengono nei luoghi giusti e nei momenti giusti e dove ciò che conta non finisce ai margini, ma entra nel processo decisionale.

In contesti complessi e in rapido cambiamento, il silenzio non protegge, ma espone. Perché decisioni prese senza confronto, problemi non dichiarati, errori nascosti hanno un costo elevato, spesso più alto di quello di un confronto aperto. La sicurezza psicologica non elimina il rischio, ma lo rende visibile. E ciò che è visibile può essere gestito.

Non confondiamo, però, sicurezza con comodità. Le organizzazioni sane non sono quelle dove si va sempre d’accordo, ma quelle dove il disaccordo è possibile senza diventare un conflitto personale, dove le idee si discutono, si mettono in discussione, si cambiano, dove la performance resta alta, proprio perché non è alimentata dalla paura.

Nel nostro lavoro vediamo che i leader più efficaci non sono quelli che parlano di più, ma quelli che ascoltano meglio. Creano contesti in cui le persone si sentono legittimate a portare informazioni, anche scomode, prima che sia troppo tardi.

La sicurezza psicologica non compare nei bilanci, ma incide sulla qualità delle decisioni, sull’innovazione, sulla gestione del rischio e sulla capacità di trattenere le persone. Non è un tema “soft”, ma una leva organizzativa concreta.

Forse non esiste l’azienda perfettamente “senza paura”, ma esistono aziende che hanno capito che lavorare costantemente in difesa non è sostenibile. E che creare uno spazio in cui si può parlare, seriamente e responsabilmente, non è una concessione: è una scelta di leadership.

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