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Le buone maniere non hanno età

“Galateo, overo de’ costumi”. Un breve trattato scritto nel Cinquecento da Giovanni Della Casa per spiegare come stare al mondo rispettando le regole di buona condotta. Anche se possono sembrare regole dal sapore antico, oggi più che mai c’è bisogno di rispolverarle

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Il cardinale Giovanni Della Casa lo aveva capito già nel Cinquecento. L’educazione non è un fatto di cultura, è una condizione intima e personale che prescinde dalle conoscenze e si forma (anche) con l’esperienza quotidiana. Per spiegare come stare al mondo rispettando le regole di buona condotta, si sentì in dovere di pubblicare il “Galateo, overo de’ costumi”. È passato mezzo millennio, eppure spesso ancora oggi le regole della buona educazione sono ignorate, sia quelle rimaste immutate nei secoli che quelle che si sono aggiunte a seguito del progresso e dell’innovazione tecnologica. Per buona educazione, ad esempio, bisognerebbe togliersi gli occhiali da sole quando si entra in un locale chiuso ma anche, per potersi guardare negli occhi, quando si incontra una persona. Così come per il cappello: gli uomini devono toglierlo in tutti i luoghi al chiuso e salutando una signora, le donne possono sempre tenerlo – anche in chiesa – ma non al teatro o nei cinema.

Anche se possono sembrare regole dal sapore antico, oggi più che mai c’è bisogno di rispolverarle. I giornalisti Filiberto Passananti e Matteo Minà hanno attualizzato l’idea di Della Casa dando alle stampe “Il galateo del terzo millennio” (Tommasi editore). Anziché dare lezioni in prima persona, hanno fatto parlare dieci eccellenze che, ognuna nel proprio ambito, spiegano come comportarsi in varie situazioni. Citando lo chef Gualtiero Marchesi, «di sera i tavoli si vestono di scuro, quindi bisogna apparecchiarli con tovaglie nere». Alla campionessa di scherma Valentina Vezzali il compito di spiegare che la palestra «è un luogo in cui si fa sport, non è una passerella; bisogna rispettare gli altri non usando abiti succinti per mettersi in mostra». Un lavoro – dicono gli autori – indirizzato soprattutto alle giovani generazioni che, catturate dalla Rete, «hanno poche opportunità di apprendere concetti quali l’empatia o il rispetto verso gli altri». Usando e abusando di chat ed emoticon sono alla mercé di malintesi o litigi. Frasi avventate, concetti all’osso, sintassi essenziale; il linguaggio del terzo millennio pare aver perduto la condizione di ogni ragionamento: la riflessione. Anche in questo caso sarebbe sufficiente conoscere la netiquette, l’anglo-francesismo che elenca le regole per una buona convivenza nel web e sui social. Ad esempio: non pubblicare foto o video di persone in atteggiamenti imbarazzanti, utilizzare con parsimonia il servizio di tagging, non polemizzare o insultare (“flammare”) nelle bacheche altrui.

Anche in situazioni che possono apparire bizzarre o incomprensibili, occorre sempre porsi con rispetto. Il rischio di passare per arroganti, maleducati o ignoranti è sempre dietro l’angolo. Le vacanze all’estero sono spesso foriere di incomprensioni o disavventure per la mancanza di conoscenza del diverso. Lo hanno spiegato bene Francesca Pica e Laura Pranzetti Lombardini in “Viaggio con stile” (Gribaudo editore), una guida alle buone maniere per turisti. Si scopre così che bisogna sempre dare la mancia negli Usa e in Canada ma non in Australia o in Giappone, dove è considerata offensiva; coprire sempre le ginocchia nei Paesi islamici ma mai indossare il costume nelle terme islandesi; non mangiare con la mano sinistra in Africa (mano impura dedicata all’igiene personale) e non incrociare le bacchette in Cina (simbolo di rifiuto). Prima di partire per un viaggio, consigliano le autrici, bisognerebbe sempre informarsi sui costumi del luogo «poiché in giro per il mondo sono diversi, conoscerli aiuta a non essere egocentrici. Cioè a non guardare gli altri come buoni selvaggi».

 

Di Stefano Caliciuri

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