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Lenin ha traslocato

Dnipro è la città figlia del cambiamento: il conflitto con Mosca nel Donbass e l’annessione della Crimea hanno innescato il processo di “ucrainizzazione”. Oggi i carri armati russi stanno riportando indietro le lancette della Storia.

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I missili russi sibilano già da qualche giorno ma a osservarli solcare la città sul Dnipro non c’è più il capoccione di Lenin, che fino a qualche tempo fa dominava l’omonima piazza al terminale Est del principale viale cittadino. Per misurare la de-russificazione dell’Ucraina orientale – un processo acceleratosi dopo il conflitto in Donbass scoppiato nel 2014 – conviene arrivare fino a Dnipro, 460 chilometri a Sud-Est di Kiev. Qui monumenti e toponomastica erano rimasti ibernati per oltre un ventennio nel congelatore post sovietico.

Fino a qualche anno fa, infatti, la via principale si chiamava ancora Prospekt Karl Marx. E la piazza centrale era sempre intitolata a Vladimir Ilic Lenin, che dal piedistallo in bronzo osservava corrucciato l’invasione di boutique di moda che andavano trasformando la città. Quella era una delle 5.500 statue del fondatore dell’Urss disseminate per tutta l’Ucraina. Dovrebbero esserne rimaste in piedi solo due, ma sono a Cernobyl, ancora cariche di radiazioni, e nessuno ha voglia di toccarle.

Anche la città aveva un altro nome. In verità ne ha avuti più d’uno. Caterina la Grande la fortificò alla fine del Settecento chiamandola Yekaterinaslav. I bolscevichi ne cambiarono il nome, associando quello del fiume Dnepr che bagna la città a quello del primo segretario comunista ucraino, Grigorij Petrovskij: fino al 2016 si è chiamata Dnepropetrovsk. Città chiusa all’epoca dell’Urss perché sede dell’industria missilistica e spaziale e contemporaneamente capitale della discomusic sovietica, è stata la rampa di lancio della carriera politica di Leonid Kuchma, il presidente della prima era post comunista liquidato dalla rivoluzione arancione del 2004, la prima delle rivolte anti-russe. Ma è stata anche la città dove Leonid Breznev si fece le ossa prima di volare al Cremlino e, in tempi più recenti, la roccaforte elettorale di Julia Timoschenko, la pasionaria che infiammò le piazze e le urne della rivoluzione arancione. Anche lei, però, era legata a doppio filo a uno dei più potenti gruppi imprenditoriali e bancari privati nazionali che proprio qui aveva la sua base e che condizionava in tutto e per tutto la vita cittadina. «Questa è una città concreta e tutta orientata agli affari. Quello che è buono per il business, è buono per Dnepropetrovsk», raccontava anni fa Olena Usenko, giornalista televisiva. «Qui comandano gli oligarchi. Fanno soldi, investono, offrono lavoro, condizionano la politica». La finanziano? «No, la fanno».

Dnepropetrovsk era una città grigia che viveva di industrie e operai: i casermoni prefabbricati, i nomi delle vie, i busti e le rampe missilistiche che ricordavano scenari alla “Good Bye, Lenin!”. Dnipro è invece figlia del cambiamento, anche perché, a differenza di Donetsk, la diversificazione della produzione industriale ha offerto un’alternativa alla monocultura mineraria dell’estremo Est: la fabbrica di missili nucleari si è trasformata in una moderna azienda di progettazione meccanica e spaziale. Il conflitto con Mosca nel Donbass e l’annessione della Crimea hanno poi innescato il processo di “ucrainizzazione”, lo smantellamento del passato sovietico e lo slittamento verso Ovest anche degli interessi economici degli oligarchi. Oggi i carri armati russi stanno riportando indietro le lancette della Storia.

di Pierluigi Mennitti

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