app-menu Social mobile

Inquadra e leggi gratis
La Ragione su app

Liberi piedi in libero Stato

Capita che le scarpe col tacco al lavoro non siano una scelta ma un’imposizione. E’ il caso di hostess e promoter costrette a molte ore in piedi con conseguenze sulla salute. Ecco perché in alcuni Paesi esistono delle leggi ad hoc per tutelare i piedi delle donne.

|

Chi, soprattutto per le vie delle grandi città, non ha mai notato qualche signora intenta a  fare il cambio di scarpe a fine turno e passare dal tacco 12 alle sneakers raso terra?

Questa ipotesi non si presenterà più per le dipendenti della compagnia aerea ucraina SkyUp Airlines che ha deciso di includere nell’outfit delle hostess anche scarpe da ginnastica e pantaloni dalle linee morbide ispirati ai colori dell’azienda. L’iniziativa è emersa dopo aver ascoltato i feedback delle hostess, che si lamentavano dei tacchi alti, belli da vedere ma scomodi da indossare per tante ore a bordo e causa di mal di piedi e caviglie gonfie. 

Una notizia accolta con favore dai movimenti “no tacchi alti sul lavoro”, sorti in tutto il mondo, che si battono per i diritti delle donne dato che per molte lavoratrici indossare i tacchi non è sempre un piacere ma per alcune un vero e proprio obbligo. Non è un mistero, infatti, che il tacco venga associato a un’idea di eleganza come di sensualità.

In Giappone la questione è molto sentita. Nel 2019 nel Paese nipponico è nata una campagna chiamata KuToo –  gioco di parole che fonde le parole “kutsu” (scarpe in giapponese) e “kutsuu” (dolore) –  che sensibilizza l’opinione pubblica contro l’obbligo di indossare le scarpe con il tacco nelle aziende. La petizione è stata lanciata dalla scrittrice Yumi Ishikawa e in pochi giorni ha raccolto oltre 27mila firme grazie alla diffusione mediatica. Al Ministro del lavoro Takumi Nemoto la petizione non è piaciuta affatto e ha commentato la cosa così:  “Indossare scarpe con tacchi alti è necessario e appropriato».

Non sorprendono queste sue parole dato che secondo una classifica del World Economic Forum’s Global Gender Gap Report 2021, il Giappone è risultato occupare la 120esima posizione su 156 per parità dei sessi e trattamento delle donne. Un record di cui non andare fieri.

Confrontando i dati della stessa ricerca tra Giappone e Italia, i numeri per la nostra nazione sono più confortanti. Infatti, ci posizioniamo al 63esimo posto su 156 paesi, ma comunque ben lontani dai primi posti in classifica.

Tornando alla questione tacchi, decisamente migliore la situazione per le lavoratrici della provincia canadese del British Columbia dove c’è persino una legge che vieta ai datori di richiedere al personale di indossare tacchi alti sul lavoro. Questo dopo che una signora venne rimandata a casa perché si era presentata con le scarpe basse.

Lo stesso episodio spiacevole era capitato a Londra anche a Nicola Thorp, rimandata a casa dall’azienda Pwc al suo primo giorno da receptionist proprio perché si era rifiutata di mettere le scarpe alte. La vicenda aveva fatto scatenare un caso mediatico tanto che, nel 2016 in Gran Bretagna, oltre 150mila persone avevano firmato la petizione contro l’imposizione dei tacchi alti. 

La questione del resto non ha a che vedere solo con la comodità e i gusti personali ma anche con la salute. 

I ricercatori inglesi dopo studi accurati hanno riportato i danni causati dalle calzature vertiginose mostrando un legame diretto con l’aumento del rischio di lesioni del piede, borsiti e deformità ossee. Max Barnish, responsabile della ricerca, ha dichiarato: “Nonostante ci sia un’enorme quantità di prove che dimostra come i tacchi alti facciano male alla salute, sussistono complessi motivi sociali e culturali che rendono attraente indossare il tacco alto”

Lo studio ha anche dimostrato quindi che l’utilizzo di tacchi alti aumenta l’attrattività femminile, anche se non serviva certo che ce lo dicesse la scienza! Ricerche a parte, quel che conta è la voce e il parere delle donne, soprattutto quelle che svolgono mansioni associate ancora a una questione di immagine (come hostess o promoter fieristiche). In Italia non esiste nessuna legislazione sul tema;  sarebbe deleterio mettere a rischio la salute delle donne solo perchè viene chiesto loro di apparire più eleganti e sexy.

 

di Marco Mauri

LA RAGIONE – LE ALI DELLA LIBERTA’ SCRL
Sede legale: via Senato, 6 - 20121 Milano (MI) PI, CF e N. iscrizione al Registro Imprese di Milano: 11605210969 Numero Rea: MI-2614229

Per informazioni scrivi a info@laragione.eu

Copyright © La Ragione - leAli alla libertà

Powered by Sernicola Labs Srl