---
title: Libertà di espressione e politicamente corretto
description: Complice l’avanzare dell’ideologia del politicamente corretto, la libertà di espressione e di parola è sempre più a rischio
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/02/Evidenza-sito-881.jpg
date: 2024-02-15
modified: 2024-02-16
author: Massimo Balsamo
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/societa/liberta-di-espressione-e-politicamente-corretto/
categories: [Società]
tags: [politically correct, società, usa]
---

# Libertà di espressione e politicamente corretto

![Politicamente corretto](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/02/Evidenza-sito-881.jpg)

19671

2023-04-15 14:50:15

2023-04-15 12:50:15

Il titolo dell’articolo apparso su di un tabloid britannico è emblematico: «È tempo di cancellare Picasso». Follia allo stato puro

Roald Dahl, Enid Blyton, Ian Fleming, J. K. Rowling. E ancora, i capolavori di Agatha Christie e il già bersagliato “Via col vento”. Il politicamente corretto è il vero rivale di arte e cultura, con il tritacarne della cancel culture sempre in azione e il buonismo dilagante destinato a reprimere qualsivoglia ambizione. L’ultima offensiva dei talebani dell’ideologia woke ha chiamato in causa uno degli artisti più influenti del XX secolo: Pablo Picasso.

13mila tra dipinti e disegni, oltre 100mila tra incisioni e litografie, più di 300 sculture: il genio di Malaga è conosciuto in tutto il mondo per la sua arte audace e trasgressiva, in grado di tracciare un solco tra la tradizione dell’Ottocento e l’arte contemporanea. Ancora oggi punto di riferimento per tanti pittori, Picasso ha un’importanza incontrovertibile per il suo linguaggio rivoluzionario e per la costante innovazione formale e stilistica.

Ma c’è anche chi, sul quotidiano “The Guardian”, definisce il pittore spagnolo «un mostruoso misogino». Oppure, come il critico d’arte inglese Adrian Searle, lo descrive come «vampiro, macho andaluso, manipolatore carismatico, sociopatico e narcisista». A suo avviso, «se non fosse per la sua arte, Picasso sarebbe ricordato come un mostro che ha trattato le donne in modo terribile». Il titolo dell’articolo apparso sul tabloid britannico è emblematico: «È tempo di cancellare Picasso». Follia allo stato puro. Ma non è tutto: secondo quanto confidato dall’esperta Elizabeth Cowling, molti studenti dei dipartimenti di storia dell’arte chiederebbero ai professori di non trattare la biografia e l’opera del fondatore del cubismo.

Picasso è stato un genio carismatico, sicuramente testardo ed egocentrico, con una grande passione per le donne. Due mogli, tante amanti, decine di storie tormentate. Il grande errore – secondo certi soloni – è stato ostentare la sua vita privata e vantarsi della sua sessualità. Sagre del moralismo a parte, le donne nell’arte di Picasso sono state un veicolo espressivo per emozioni universali. Ma il tema è in realtà un altro: nel 2023 c’è chi ancora non riesce a fare una netta distinzione fra l’uomo e l’artista. La storia dell’arte è ricca di artisti che hanno commesso dei crimini – spesso anche orrendi – ma non per questo abbiamo smesso di prendere in considerazione e ammirare le opere che hanno prodotto. Con buona pace degli alfieri del politically correct.

di Massimo Balsamo

Anche Picasso nel tritacarne della cancel culture

publish

closed

closed

anche-picasso-nel-tritacarne-della-cancel-culture

2023-04-15 11:15:29

2023-04-15 09:15:29

post

raw

39769

2023-07-10 18:15:52

2023-07-10 16:15:52

Fair: The Foundation Against Intolerance & Racism. In America è ancora troppo presto per essere sia progressisti sia anti-woke

Scriveva Philippe Muray nel 1991, con grande lungimiranza: «Mai come oggi il bene è stato sinonimo di una condivisione così assoluta». E infatti oggi negli Stati Uniti d’America non resta che l’aut aut: da una parte il dogma della pseudo inclusività, che narcotizza la società civile a suon di cancellazioni culturali e paranoia da politicamente corretto; dall’altra la voragine trumpista, xenofoba, sovversiva – dunque il male, per definizione in negativo – che risucchia tutto ciò che viene frettolosamente respinto o bollato come nemico dal polo opposto. Nella terra della Third way ogni terza via s’è smarrita. È per questo che l’imprenditore Bion Bartning decise due anni fa di colmare il vuoto e istituire un ente che tutelasse le varie sfaccettature del pensiero moderato, ma senza vincoli di buonismo. Una creatura fino ad allora mitologica: sia progressista sia anti-woke.

Si chiama Fair e sin dal nome – The Foundation Against Intolerance & Racism – scimmiotta i sostenitori della “teoria critica della razza” che a furia di ortodossia hanno contribuito a ghettizzare il Paese. In soldoni: più s’ingrossano certi canali di wokeness (nella fattispecie, ritenere che l’intero sistema, dall’amministrazione alla giustizia, sia strutturato per danneggiare gli afroamericani), più i repubblicani alla Ron DeSantis gridano al pericolo dell’indottrinamento di massa. Fair vuole emanciparsi dai primi per togliere pretesti ai secondi. Dichiarandosi nonpartisan e pro-human, cioè a sostegno «delle singole individualità interconnesse nel vivere comune». È qualcosa di cui l’America sente il bisogno. E infatti l’iniziativa, sotto forma di organizzazione non profit, fa il botto: vi aderiscono intellettuali, attivisti, giornalisti, personalità del mondo accademico. In pochi mesi piovono donazioni per diversi milioni di dollari, vengono aperte 80 sezioni nazionali e Fair arriva a contare circa 35mila iscritti. Poi però si arena.

Professarsi anti-woke è un conto. Ma come esserlo? Dal 2021 a oggi la Fondazione non ha trovato il necessario consenso interno. Dividendosi in correnti e perdendo smalto in ogni sfera del dibattito, dalle discriminazioni sociali alle questioni sull’identità di genere – sembra quasi la storia del Pd. E alla fine è arrivato pure il ribaltone ai vertici, con Bartning messo ai margini di Fair. «Ci siamo politicizzati anche noi» ha ammesso il fondatore, intervistato a giugno dal settimanale “New Yorker” nel corso di un lungo reportage sulla vicenda. «I nostri donatori più facoltosi ci finanziano per ottenere un certo tipo di agenda: spesso estremizzandola a sinistra, facendo dimenticare le origini del progetto Fair». Che per ora resta un rebus, se non un’occasione persa. Per la gioia degli sceriffi della morale: Muray l’aveva chiamato “Impero del bene” anche perché è difficile da scalfire.

 

di Francesco Gottardi

Fair, progressisti anti woke

publish

closed

closed

fair-progressisti-anti-woke

2023-07-10 18:15:52

2023-07-10 16:15:52

post

raw

39769

2023-08-16 15:00:23

2023-08-16 13:00:23

L’ultimo delirio woke in un museo americano: esporre i cimeli del maghetto, cancellando “quella bigotta transfobica dell’autrice”. Prepararsi all’arte di regime

Forse il fanatismo woke non è che umorismo dell’assurdo, col livore al posto dell’ironia. Tema del giorno: smaterializzare J. K. Rowling. Il comico ringrazia per lo spunto e ci fa uno sketch (che magari funziona pure), il buonista una crociata. Una delirante ossessione. «Ci piacerebbe credere che i libri di Harry Potter siano senza autore» è il desiderio del Museum of Pop Culture di Seattle. «Tuttavia le opinioni di questa certa persona sono troppo odiose e divisive per essere ignorate. Quindi d’ora in avanti la chiameremo Colei-che-non-deve-essere-nominata»: la scrittrice come il cattivo della sua stessa serie. «Lei non troverà più spazio nelle nostre sale. Ma continueremo a esporre i cimeli del mondo dei maghi: ormai appartiene a tutti».

Verrebbe quasi da stare al gioco e non nominare più gli indignati in questione. Mica perché “non si deve”: si lasci la cancel culture a questo carneade del panorama museale, noto più per l’avveniristica struttura progettata da Frank Gehry che per i contenuti da Hard Rock Cafe. Ma il monito è che la caccia al proverbiale quarto d’ora di celebrità – cavalcando l’onda grossa dell’inclusivity – non diventi un precedente pericoloso, dal MoMa alla Tate Modern. Picasso, Gauguin: la lista nera è già partita. L’aggravante, nel caso di Rowling, è che non si contestano delle riprovevoli condotte di vita ma si manda a processo il pensiero libero. «È una personalità nociva» continua la nota del museo redatta da Chris Moore, project manager transgender. Così l’attivismo di J. K. per i diritti delle donne diventa «una pericolosa campagna transfobica»; la sua lettera contro il boicottaggio culturale di Israele, anno 2015, viene stravolta in un fantomatico «supporto a creatori antisemiti»; l’universo di Hogwarts finisce bollato come «incredibilmente bianco» – toh guarda, l’Inghilterra – o «pieno di stereotipi razzisti», e pazienza se le istanze purosangue sono prerogative di Voldemort. Una sfilza di calunnie. Senza contare che la tesi di Moore spalanca le porte all’arte di regime: si sceglie chi e cosa mettere in mostra in base al diktat. All’ideologia.

A questo punto lasciamo la parola a Rowling, che mesi fa era già stata attaccata da una content creator del museo di Seattle. «I veri virtuosi – twittava la scrittrice – non brucerebbero soltanto i libri e i film associati al mio nome. Ma pure la libreria locale e qualunque cosa con un gufo sopra». Della serie: coraggio, potete fare di meglio. Anche nella “Divina Commedia” è superfluo ogni riferimento a Dante per sapere che è di Dante, che è di tutti. E ciò che appartiene a tutti, si dica al MoPop, sviluppa un meraviglioso potere magico: non si cancella. Né tantomeno chi l’ha realizzato. Spiace.

Di Francesco Gottardi

Harry Potter senza Rowling

publish

closed

closed

harry-potter-senza-rowling

2023-08-16 16:34:38

2023-08-16 14:34:38

post

raw
