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title: "L&#8217;ondata di dimissioni, tra illusioni e realtà"
description: "Sull'ondata di dimissioni nel mondo del lavoro, conosciuta come work life balance, vi è un'errata interpretazione dei dati."
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date: 2022-06-24
author: Fulvio Giuliani
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/societa/londata-di-dimissioni-tra-illusioni-e-realta/
categories: [Società]
tags: [economia, Evidenza, giovani, Italia, lavoro, società]
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# L&#8217;ondata di dimissioni, tra illusioni e realtà

![L&#8217;ondata di dimissioni, tra illusioni e realtà](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2022/06/Evidenza-sito-3-4.png)

Sull'ondata di dimissioni nel mondo del lavoro, conosciuta come work life balance, vi è un'errata interpretazione dei dati che non aiuta a comprendere realmente il fenomeno.

Il tema delle dimissioni (Great Resignation negli Stati Uniti, dove se non danno un nome a ogni singolo fenomeno non si divertono) è ormai un argomento di moda. Un *trend*. 

Partendo da dati inconfutabili – il crescere del numero di persone che lasciano volontariamente il posto di lavoro – si finisce per approdare a una sorta di pensiero unico.** Quello secondo il quale l****’ondata di dimissioni, in special modo fra i lavoratori più giovani, sarebbe determinata pressoché ****esclusivamente dal desiderio di una migliore gestione dei tempi della propria vita.** Ricorrendo a un’espressione anglosassone ormai divenuta d’uso comune anche da noi, per la cura del *work life balance*. Quest’ultimo, giusto equilibrio fra il tempo che dedichiamo alle nostre attività lavorative e quello che riserviamo agli interessi personali o familiari, ha un indiscutibile valore in termini assoluti. **La stessa esperienza collettiva della pandemia ha proiettato milioni di lavoratori verso forme di occupazione miste, in presenza o da remoto, o comunque molto più flessibili rispetto a un tempo.** Da qui, però, a concludere che il mondo del lavoro sia cambiato al punto che le persone vi rinuncino indifferenti alle conseguenze (anche economiche) ce ne corre. A meno che non si voglia raccontare, per pigrizia o assuefazione alle mode, una realtà di fantasia in cui al lavoro non si possa più neanche osare accostare i concetti di gavetta, apprendistato, sacrificio, libertà di sbagliare e cambiare obiettivi. 

Quando affronta il tema, buona parte della stampa italiana si accontenta del dato assoluto, senza prendersi il disturbo di andare a osservare più nel dettaglio cosa dicano i numeri. Per esempio,** la gran parte di chi si dimette comincia un nuovo lavoro entro sette giorni.**

A meno di non voler restare assolutamente digiuni dei tempi e delle tecniche di *recruiting*, **stiamo parlando della sacrosanta ricerca di una posizione più soddisfacente per il lavoratore**. Nessuna fuga, dunque, verso lidi tropicali o dimensioni neo *hippy* della vita: molto più prosaicamente, se si vuole, un cambio per star meglio e sentirsi più realizzati. 

Rispetto ai tempi dei nostri genitori ma anche prima dell’avvento del digitale, un aspetto radicalmente cambiato è il peso della leva economica. Come abbiamo avuto modo di sottolineare spesso, se una volta alle aziende era più che sufficiente giocare la carta di stipendi più alti e *benefit* classici per accaparrarsi i migliori talenti in circolazione, oggi questo schema è totalmente superato. **I lavoratori, a cominciare da quelli più giovani e consci del valore delle loro *****skill*, sfruttano le competenze come veri e propri *jolly***** per ottenere ciò che desiderano.** A cominciare dalla flessibilità degli orari, dalla sede di lavoro e dalla valutazione delle *performance*. 

Alzi la mano chi possa riscontrarvi aspetti negativi, semmai il grande problema è che questa è la condizione dei “privilegiati”, dei professionisti (ma anche dei tecnici specializzati, degli interpreti delle nuove professioni digitali, etc.) più preparati e formati. Questi ultimi vengono inseguiti da un mercato affamato di talenti, nella consapevolezza di non riuscire a coprire tutte le posizioni aperte. Gli altri – chi si è accontentato troppo a lungo, ha rinunciato alla formazione continua e a sperimentare nuove mansioni – non sono attesi da nessuna felice moda delle dimissioni. Nei loro confronti il [mercato del lavoro](https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/economia/lavorare-meglio-per-aumentare-i-salari/) risulta rigido come sempre e assomiglia drammaticamente alle glaciali scelte di una volta: «Questa è la minestra, mangiala o…». 

**Parlare di lavoro non è mai facile, soprattutto se non si vuole lisciare il pelo e raccontare la realtà ****del mondo dell’impresa e delle libere professioni.** In fin dei conti non deve meravigliare che, in un’era improntata a una competizione serrata sul piano della qualità, siano i lavoratori più formati e talentuosi a “dettar legge” al mercato e talvolta alle aziende. Il problema è non prendere in giro tutti gli altri. 

 Di *Fulvio Giuliani*
