AUTORE: Annalisa Grandi
«Di che ti lamenti?», «Così magra puoi mettere tutti i vestiti che vuoi, mangiare quello che vuoi», «Tu sei un chiodo, non puoi parlare». Sono consapevole che quello che sto per scrivere sarà impopolare, ma nell’epoca del politicamente corretto è tempo di raccontare che non esiste solo il fat shaming, gli insulti e le critiche a chi secondo i canoni attuali ha qualche chilo di troppo.
Esiste anche il fenomeno inverso, denominato appunto skinny shaming e che si rivolge invece a chi è particolarmente magro. E che non è detto che dentro quel corpo, che magari si avvicina di più a quelli che ci vengono propinati dalle pubblicità, si trovi a suo agio. Duole dirlo, ma le prime a rendersi protagoniste di questo fenomeno – altrettanto odioso quanto il suo corrispettivo rivolto a chi è più formoso – sono le donne.
Lo hanno ribattezzato thin privilege, ovvero il privilegio di essere magre, e chi ce l’ha, quel presunto privilegio, si è di certo ritrovato spesso a essere zittito quando si trova a confrontarsi sul proprio corpo. Perché sei magra, e quindi appunto non puoi avere nulla da dire.
Invece da dire c’è parecchio, perché può benissimo essere che in quella taglia 38 o 40 ci si trovi a disagio, può essere che dietro quella magrezza ci siano dei disturbi alimentari. E se anche così non fosse, non è certo particolarmente gradevole sentirsi ripetere: «Ma non mangi?» oppure «Dovresti mettere su qualche chilo». Perché il principio è lo stesso delle critiche ai presunti chili di troppo, e allo stesso modo c’è il rischio di ferire sensibilità che non è detto siano particolarmente solide. Essere magre non implica in automatico sentirsi bene con sé stesse.
O essere impermeabili qualsivoglia commento o critica, perché tanto vuoi mettere la soddisfazione di infilarsi quel paio di jeans microscopici? Ecco, non è proprio così e se vogliamo il rispetto delle diversità servirebbe anche nei confronti di chi magari agli occhi di qualcun altro è particolarmente fortunato.
Il principio dovrebbe essere per tutti quello di imparare ad accettarsi, senza però che venga in qualche modo sancito chi ha il diritto di esternare le proprie fragilità e chi invece no. Riguarda naturalmente anche gli uomini, che negli ultimi anni, tra l’altro, hanno registrato un incremento dei disturbi alimentari. Viviamo, piaccia o no, in una società in cui l’immagine è importante. La vera sfida sarebbe quella di imparare a sostenerci, nel rispetto delle differenze, invece di passare il tempo a criticarci.
di Annalisa Grandi
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- Tag: società
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