---
title: Quando ce l’avevamo profumato… l’alito
description: Poche cose come la pubblicità riescono a descrivere i costumi del tempo. Slogan che hanno sommerso brand e oggetti per cui erano stati ideati
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/03/Slogan.jpg
date: 2024-03-01
author: Fulvio Giuliani
url: https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/societa/quando-ce-lavevamo-profumato-lalito/
categories: [Società]
tags: [televisione]
---

# Quando ce l’avevamo profumato… l’alito

![Slogan](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/03/Slogan.jpg)

14647

2023-12-08 11:24:13

2023-12-08 10:24:13

Bisogna ormai arrendersi all’evidenza: le campagne di comunicazione del governo funzionano, ma non allo scopo per cui sono state finanziate

Bisogna ormai arrendersi all’evidenza: le campagne di comunicazione del governo funzionano, ma non allo scopo per cui sono state finanziate. L’unica reazione che riescono a suscitare è un mix fra tenerezza e canzonatura per la loro totale mancanza di aderenza alla contemporaneità. In gergo giovanile diremmo: da veri ‘boomer’. Lo spot lanciato lo scorso 22 novembre “Butta via la droga, non la vita” è solo l’ultimo esempio a cui attingere. Realizzato dal Dipartimento per le Politiche antidroga e dal Dipartimento per l’Informazione e l’editoria di Palazzo Chigi, vede come protagonisti due minorenni impegnati in un dialogo surreale sugli effetti a lungo termine delle sostanze stupefacenti sulla salute dei giovanissimi. Soltanto qualche mese prima il medesimo Dipartimento ci aveva provato con l’allora ct della Nazionale Roberto Mancini, scelto come testimonial. «Tutte le droghe fanno male!» esclamava con opinabile enfasi, rivolto a ragazzini dal volto angelico.

Due giganteschi flop con obiettivi lodevoli e risultati sgradevoli. E non soltanto nella lotta alla droga. Come non menzionare ad esempio la campagna “Più che un posto fisso, un posto figo!” ideata per ridare nuova linfa alla pubblica amministrazione, invogliando i giovani a scardinare i vecchi miti del passato del posto fisso? Lucia, la protagonista, è un’architetta comunale la cui giornata lavorativa assomiglia a un ipotetico sequel di Mary Poppins: pollici in su, colori pastello tutti intorno, enormi sorrisi alla scrivania. Dulcis in fundo Orietta Berti, comparsa dal nulla, scelta come sponsor. Non è necessario essere un art director per capire che qualcosa non va. Le lodevoli e necessarie intenzioni del governo di sviluppare efficaci strategie comunicazionali si scontrano con la sua incapacità di stare al passo con i tempi, di acquisire credibilità e riuscire a svecchiarsi. Il target degli spot governativi è imprecisato e il linguaggio irrealistico, tanto da generare ilarità proprio in coloro a cui sono rivolti.

Prendendo in prestito una considerazione di Graziella Priulla, saggista e docente di Sociologia della comunicazione, «la comunicazione pubblica non è né la versione moderna della propaganda né la versione aggiornata della demagogia». Il rischio è di gettare alle ortiche soldi pubblici, generare indifferenza oppure scatenare com’è accaduto polemiche sui social e derisione (con comici paragoni fra gli spot succitati e “Boris”). Soprattutto non va ulteriormente compromessa la fiducia nelle istituzioni da parte delle new gen.

Di Raffaela Mercurio

Stato e pubblicità regresso

publish

closed

closed

stato-e-pubblicita-regresso

2023-12-08 11:24:13

2023-12-08 10:24:13

post

raw

19671

2023-11-08 12:05:10

2023-11-08 11:05:10

Giacomo Poretti: "Il politicamente corretto non mi piace. È una forma di censura che non ci è mai piaciuta, è un’evoluzione storica"

Da oltre trent’anni il vecchio custode Angelo svolge il proprio lavoro con dedizione presso la portineria di un condominio della “Milano bene”. Un giorno però la signora Caterina spalanca la porta d’ingresso e gli annuncia che sarà licenziato: la sua presenza non è più richiesta e verrà presto sostituito da un’app. Ma il buon Angelo non si farà intimidire... Da qui prende le mosse “Condominio Mon Amour”, il nuovo spettacolo teatrale con protagonisti Giacomo Poretti e Daniela Cristofoli in scena fino al 19 novembre al Teatro Oscar deSidera di Milano. Un susseguirsi di situazioni comiche e poetiche a ritmo incalzante, ma non solo: «Soprattutto con la pandemia, abbiamo riflettuto tanto sul cambiamento che sta avvenendo nel mondo del lavoro. La nostra è una riflessione legata anche all’età: ho superato i sessant’anni, mia moglie Daniela ancora no ma siamo lì. Abbiamo costruito una commedia agrodolce cercando di sviscerare i temi dell’oggi: spesso si parla di superficialità delle nuove generazioni e di pretese assurde, secondo noi certe dinamiche vanno capite e problematizzate. Lo stile della comicità ci permette di esplorare tematiche spinose attraverso l’ironia» ci racconta Poretti alla vigilia della prima nazionale.

Reduce dall’ennesimo grande successo cinematografico con gli amici di una vita Aldo e Giovanni, Poretti negli ultimi anni ha dedicato gran parte del suo tempo al teatro: «È sempre stato presente nella mia vita. Ho avuto la fortuna di fare cinema e televisione, ma il teatro è rimasto il nostro core business. Negli ultimi anni ognuno si è dedicato a percorsi propri, io ho deciso di tornare ‘a casa’». Spettacoli ma anche podcast, con il Poretcast (disponibile su Youtube) che sta raccogliendo grande successo: «Da plurisessantenne, quando è esplosa la moda dei podcast sono rimasto sorpreso: mi sembrava una semplice intervista. E invece no: è sì un’intervista ma fatta con modalità diverse da quelle tradizionali e ha una diffusione diversa rispetto a quella della ‘algida’ televisione, acquistando un altro significato. In più mi sono accorto che la scelta di portare il pubblico a teatro si è rivelata molto importante».

Da istituzione della comicità, Poretti non può che stigmatizzare la nuova religione del politicamente corretto: «No, non mi piace. È una forma di censura che non ci è mai piaciuta, è un’evoluzione storica. Si può dire quasi tutto e quindi ognuno si assume la responsabilità di ciò che dice, ma che a priori non si possano dire certe cose... è brutto, diciamo». Una moda che «ingessa la comunicazione e la rende ipocrita e poco sincera», un enorme ostacolo alla creatività. Dal viaggio in “Subaru Baracca” ai Busto Garolfo Cops, molti sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo rischierebbero la messa al bando: «È vero, verissimo. L’altro giorno un collaboratore mi ricordava qualche scena de “La leggenda di Al, John e Jack”. Negli ultimi giorni è tornato di moda uno sketch di quel film, complice la farsa dell’ottavo Pallone d’oro a Messi: anziché "Ma quanto è bella la mafia", nel meme diventato virale il mio personaggio dice "Ma quanto è bella la Fifa". Forse certe cose oggi non si potrebbero più dire, ma finché si può le diciamo (ride, ndr.)».

In “Condominio Mon Amour” ci si domanda se si potrà ancora svolgere la professione del portinaio, ma resta da capire anche se sarà possibile fare il comico in maniera autonoma nonostante l’esiziale mix fra ideologia woke e cancel culture: «Per fortuna il mestiere del comico si potrà sempre esercitarlo, perché i comici sono ribelli e un po’ rivoluzionari: sicuramente troveranno il modo per opporsi a questa ipocrita censura. Il portinaio è quello che rischia di più, ma guardando lo spettacolo capirete meglio...».

 

di Massimo Balsamo

Il politicamente corretto è un'ipocrita censura, parla Giacomo Poretti

publish

closed

closed

il-politicamente-corretto-parla-giacomo-poretti

2023-11-08 12:06:35

2023-11-08 11:06:35

post

raw

2024-01-07 19:26:45

2024-01-07 18:26:45

Ci risiamo. Il politicamente corretto colpisce ancora e questa volta il bersaglio è "Bond, James Bond", l'agente segreto più famoso del mondo. Due le pellicole messe sotto accusa

Ci risiamo. Il politicamente corretto colpisce ancora e questa volta il bersaglio è «Bond, James Bond», l’agente segreto più famoso del mondo. Accade che durante una nuova rassegna a Londra lanciata dal British Film Institute (Bfi) per celebrare il compositore britannico John Barry (autore delle colonne sonore di ben dodici film di 007) si legga il seguente avviso controverso: «Si prega di notare che molti di questi film contengono linguaggio o immagini che riflettono opinioni prevalenti all’epoca che potranno offendere oggi». Segue la presa di distanza da parte dello stesso Istituto: «I titoli sono qui per ragioni storiche, culturali o estetiche e queste opinioni non sono in alcun modo approvate dal Bfi o dai suoi partner».

Al centro di questa «assurda iniziativa» – come la definiscono giustamente il “Daily Mail” e altri tabloid britannici – sono in particolare due pellicole di Bond diventate ormai di culto per gli appassionati: “Missione Goldfinger” (1964) e “Si vive solo due volte” (1967), entrambe con Sean Connery protagonista. Sessismo e razzismo: queste le principali accuse. Così, da inguaribile playboy l’agente segreto «al servizio di Sua Maestà» si trasforma in molestatore seriale. E un grande attore come Connery si ritrova improvvisamente identificato con un personaggio maschilista e razzista. Scopriamo amaramente nel 2024 – e ‘grazie’ al politically correct – che James Bond avrà pure la licenza di uccidere, ma non quella di offendere i benpensanti.

di Filippo Messina

La Ragione è anche su WhatsApp. Entra nel nostro canale per non perderti nulla!

Il politicamente corretto contro James Bond

publish

closed

closed

il-politicamente-corretto-contro-james-bond

2024-01-07 19:26:45

2024-01-07 18:26:45

post

raw
