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Smart working, il diritto che non c’era

Prima del Covid solo il 5% dei lavoratori lavorava in smart working. Con lo scoppio della pandemia il lavoro da casa è diventato dapprima un obbligo, che ora per alcuni si è trasformato in un diritto per il quale scendere in piazza.

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Lo smart working continua a dividere, soprattutto ora che diverse aziende stanno richiamando in sede i propri dipendenti. E sono molti i lavoratori che si stanno rifiutando di tornare in ufficio, come quelli del gruppo assicurativo Unipol che, nei giorni scorsi, hanno manifestato davanti alle sedi del gruppo. Dalla loro parte anche i sindacati di categoria:“ Lo smart working è una modalità di lavoro ormai consolidata nel nostro quotidiano – hanno dichiarato – che non può essere archiviata e relegata all’emergenza sanitaria: pretendiamo si giunga a un accordo strutturale per valorizzare gli straordinari effetti che questo strumento avrebbe”. 

In Italia il ricorso allo smart working era già esistente prima del Covid19 anche se in maniera timida e molto marginale (solo il 5%). Oggi, causa pandemia, le cose sono cambiate e il lavoro da casa viene visto persino come un diritto i cui contorni, tuttavia, non sono sempre ben delineati, anche in virtù dell’incertezza che aleggia sui tempi legati allo stato di emergenza. 

Molti pro e pochi contro per lo smart working

Lo smart working non è solo uno strumento grazie al quale combattere – seppur indirettamente – il Covid, ma contribuisce anche a diminuire l’inquinamento atmosferico. Come evidenziato dall’Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano “l’applicazione dello smart working ai livelli previsti dopo la pandemia, comporterà minori emissioni per circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, pari all’anidride carbonica che potrebbero assorbire 51 milioni di alberi”. Stando allo studio, anche una volta finita la pandemia, il numero di smart worker fissi in Italia ammonterà a 4 milioni: l’ 89% nelle grandi aziende, il 62% nella Pubblica Amministrazione. 

Eppure c’è ancora molta ritrosia da parte il Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta che vorrebbe tutti al lavoro: dal 15 ottobre i dipendenti dello Stato sono stati richiamati in ufficio, una mossa che secondo Brunetta contribuirà a una crescita del PIL pari al 6%. 

All’estero, come detto, l’approccio è di tutt’altro tipo. Soprattutto nel nord Europa, come dimostra la decisione di Deutsche Bank che ha optato per il lavoro ibrido, premiando i dipendenti che scelgono di svolgere il 40% delle ore totali in smart working: per loro un premio di 1000 euro lordi ogni cinque anni e un nuovo laptop (computer portatile).

Ed è proprio in Germania che si discute di introdurre un vero e proprio “Diritto al lavoro da casa”; in Spagna invece il Paese si è concentrato su come garantire la sicurezza del lavoratore e garantire il diritto alla disconnessione, per evitare la reperibilità 24hsu24.  

Lo smart working, trampolino per la parità di genere

Lo smart working, inutile nasconderlo, piace soprattutto alle donne e più in generale alle famiglie poichè favorisce la partecipazione di tutti i componenti alla gestione della casa e dei figli, anche se durante il lockdown, con le scuole chiuse, i soggetti più avvantaggiati sono stati quelli con maggiori possibilità economiche che potevano permettersi un aiuto extra.  Inoltre attraverso lo smart working non manca la possibilità di favorire la parità di genere

In ogni caso il mercato del lavoro è in continua evoluzione e come tale andrebbe trattato, senza fossilizzarsi su modelli inamovibili. Visto che il 60% dei giovani di oggi svolgerà un lavoro che ancora non esiste, rimane di fondamentale importanza capire in che direzione ci stiamo muovendo e come strutturare al meglio lo smart working.

Oltre ai benefici, bisogna considerare anche i contro di questa modalità e trovare escamotage per contrastare i lati negativi. L’azzeramento della socialità, il venir meno dell’interazione tra colleghi, contratti di affitto che saltano e tutto l’indotto dietro al mantenimento e l’organizzazione di spazi di lavoro condivisi. Non sono cose di poco conto. 

di Claudia Burgio

 

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