Natale 2021 è alle spalle. Quando ritornerà avrà il numero di un anno diverso. Ci saluta il secondo Natale sotto il segno zodiacale del Covid: una corona invisibile di spike. Restrizioni dettate dal libero arbitrio e decreti ministeriali a parte, non è mancata la corsa agli aperitivi, alle cibarie tradizionali; prima in lista nel rito, la frenesia dello shopping. Santificare i consumi è cosa buona e giusta. Mette in moto l’economia e la felicità è un attimo che non arriva quasi mai gratis. La festa della cristianità – che per i laici è comunque simbolo di rinascita, pace universale e fratellanza condominiale – si svuota sempre più di contenuti come il sacco di Babbo Natale a fine corsa. Sugli altari delle cattedrali di culto della grande distribuzione c’è tutta la merce che occorre e non ce n’è per altri. Le poche botteghe rimaste in vita, schiacciate dai colossi dei franchising, affrontano il trauma con esigue molecole di ossigeno. Sotto il segno del Covid è cresciuto a dismisura anche il mercato online. In connessione perenne per acquisti e relazioni, il mondo filtra attraverso gli occhi traslucidi dei display. Chi salverà il Natale? Qualche integralista alimenta l’ipotesi che la pandemia non sia un avvento casuale, che il virus dalla corona di spike circoli con una missione precisa: favorire la connessione diretta con le parti più intime dell’uomo scientifico e tecnologico. E l’aver trovato a Natale, sul fondo dell’acquasantiera di una chiesa, il contenitore del gel sanitec è già un inizio di purificazione.
di Elvira Morena
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