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Il G7 degli altri, non così male come si dice

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Il G7 in Canada può apparire, a un primo sguardo, un mezzo fallimento. La certificazione di una frattura clamorosa fra le due sponde dell’Atlantico

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Il G7 degli altri, non così male come si dice

Il G7 in Canada può apparire, a un primo sguardo, un mezzo fallimento. La certificazione di una frattura clamorosa fra le due sponde dell’Atlantico

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Il G7 degli altri, non così male come si dice

Il G7 in Canada può apparire, a un primo sguardo, un mezzo fallimento. La certificazione di una frattura clamorosa fra le due sponde dell’Atlantico

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Il G7 in Canada può apparire, a un primo sguardo, un mezzo fallimento. La certificazione di una frattura clamorosa fra le due sponde dell’Atlantico e in generale nel mondo occidentale.
Evento le cui conseguenze sono difficili da valutare fino in fondo.

Eppure questo mezzo fallimento potrebbe risultare molto utile proprio a quell’occidente abituato a cullarsi nella certezza che alla fine ci avrebbe pensato lo Zio Sam. Non è più così.
Inutile girarci intorno, addolcire la pillola, far finta di non vedere e soprattutto leggere e ascoltare: non è più così nei fatti, anche se ciascun leader degli altri Paesi del G7 fa a gara a chi è più bravo nelle capriole dialettiche per non dire fino in fondo quello che pensa di Donald Trump.

Ed è anche un bene, perché i nostri capi di governo stanno vivendo un esame di maturità che minaccia di essere severissimo nel giudicare la capacità di ciascun Paese di tenere la barra dritta e sapersi adattare a una realtà mutata in modo radicale. Il G7 snobbato dal Presidente degli Stati Uniti d’America ha l’obbligo di decidere cosa fare di se stesso.

Non è tanto in gioco il destino del consesso “dei grandi”, già messo in discussione in più occasioni e affiancato dal ben più pletorico G20. Il nodo è la consapevolezza di ciascuna nazione di dover far fronte comune con le altre, per studiare una strategia credibile e utile a gestire l’America che non c’è più. In attesa del suo ritorno, beninteso, ma sapendo che nessuno può azzardare oggi quanto durerà l’attesa.

Il G7 in Canada è stata una grande opportunità e un’occasione di chiarezza: Trump è come se non ci fosse stato e per quel poco che si è fatto vedere ha avuto parole al miele solo per Vladimir Putin, arrivando allo scontro verbale con il presidente francese Emmanuel Macron. Intanto gli altri si parlavano, probabilmente si capivano e hanno mantenuto la schiena dritta nell’incontro con il leader ucraino Volodymyr Zelensky, ignorato dal capo della Casa Bianca. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato tanto di Ucraina nella conferenza stampa conclusiva e avrebbe potuto evitare, per opportunismo e non infastidire Trump. Nota di merito.

Gli altri leader non sono venuti meno ai propri doveri e questo è significativo, alla faccia di chi si ostina a dipingere il mondo delle democrazie europee come debosciato, confuso e diviso. È in difficoltà, perché il tutore della sicurezza e della libertà si è chiamato fuori, ma le liberal democrazie dell’Ue hanno parlato con una voce sola e questo è un grande regalo che Donald Trump sta facendo a tutti noi.

Come il riavvicinamento fra Londra e Bruxelles e il Canada con lo sguardo ormai fissato sui partner europei. No, i leader lasciati a metà della cena da Trump non hanno perso tempo nell’idilliaco paesaggio canadese: si sono affacciati – di sicuro nostalgici dei tempi che furono – su un mondo diverso, in cui toccheranno responsabilità maggiori.

di Fulvio Giuliani

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