C’è una cosa che non si può assolutamente fare: non fare nulla. L’indecenza del ricatto organizzato dalla Bielorussia ai danni dell’Ue, di cui abbiamo abbondantemente scritto, l’insopportabile pena per quelle 12 vite spezzate al confine con la Polonia, l’indicibile dolore per un bambino di un anno ucciso dal freddo, impongono di agire. Subito.
L’estrema difficoltà di questa crisi è rappresentata dal saper ascoltare il proprio cuore, facendo funzionare la propria testa, senza cedere alle reazioni di pancia. Davanti all’indicibile si è umanamente tentati semplicemente di ‘arrendersi’ al ricatto, dandola vinta a Lukashenko, pur di evitare altro dolore e altri lutti. Facendo entrare, insomma, quelle anime nell’Unione europea.
Nel dramma senza tempo dei migranti, l’Europa ha dovuto e saputo gestire – pur fra mille errori e difficoltà – numeri ben diversi, ma il punto è fuorviante. Non si può cedere a Lukashenko, ma non si può neppure assistere inermi a questo scempio. Tantomeno possiamo girare la faccia dall’altra parte, agevolati dal fatto che di immagini ne arrivino poche.
E che non abbiamo (ancora) visto con i nostri occhi tragedie come quella di Aylan, sulle coste della Turchia. E allora? Allora, bisogna chiedere a Lukashenko e al suo protettore Putin di permettere di portare assistenza nel modo migliore possibile a quelle persone. Subito e sul posto, perché non c’è tempo da perdere. Vanno sottratti al rischio immediato di morte e la recita delle ultime ore sugli aiuti ai profughi organizzati a favore di telecamere di regime non incanta nessuno.
A meno che il presidente russo non decida di ridurre la tensione con l’Ue e ordini a Lukashenko di far soccorrere le vittime della sua stessa manovra, è pressoché certo che la Bielorussia rifiuti qualsiasi forma di intervento anche solo umanitario sul proprio territorio.
Perché quello che vuole il dittatore di Minsk è costringere l’Europa a spalancare le porte e diventare ostaggio per sempre delle sue mire o a derogare ai propri princìpi morali. Entrambe ipotesi non accettabili. Il problema non è, come qualcuno ha detto, che non si debba parlare con Lukashenko, perché si arriverebbe così a un suo implicito riconoscimento. In guerra – e qui si è parlato di ‘guerra ibrida’, qualsiasi cosa voglia dire – è con il nemico che devi trovare un modo per parlare e fare la pace. A meno di annientarlo militarmente, tema grazie al cielo non sul tappeto. Il problema, così, diventa capire come non perdere la sfida, la faccia e l’anima.
Si potrebbe giocare la carta delle Nazioni Unite, chiedendo una forza di interposizione e soccorso. Ipotesi urticante per la Bielorussia e per Mosca, ma capace di portare il tema oltre il confronto Ue-Lukashenko-Putin. Di sicuro bisogna andare a vedere le carte del signore del Cremlino, per capire fino a dove sia disposto a spingere il suo gioco.
di Fulvio Giuliani
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Tag: politica
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