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Barcellona, ipocrisia e denaro

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La svolta pro-Lgbtq del Barcellona coincide con l’abbandono degli sponsor del mondo arabo (ma si evita la bandiera arcobaleno nella loro lingua)

Barcellona

Barcellona, ipocrisia e denaro

La svolta pro-Lgbtq del Barcellona coincide con l’abbandono degli sponsor del mondo arabo (ma si evita la bandiera arcobaleno nella loro lingua)

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Barcellona, ipocrisia e denaro

La svolta pro-Lgbtq del Barcellona coincide con l’abbandono degli sponsor del mondo arabo (ma si evita la bandiera arcobaleno nella loro lingua)

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Chiamatelo orgoglio intermittente. Da giorni il Barcellona, uno dei club di calcio più seguiti al mondo, si è impelagato in un caso diplomatico figlio di questi tempi. «Oggi e fino al 6 luglio manifesteremo il nostro supporto alla comunità Lgbtq alzando le bandiere arcobaleno nelle nostre strutture» dichiarava lo scorso 28 giugno. E via con la carrellata di immagini, progressive flag sventolanti – «Abbiamo scelto la versione ancora più inclusiva, con la freccia multicolore», chapeau – e annunci in pompa magna. Non è la prima volta che il Barça abbraccia simili iniziative. Ma sfortuna volle che quest’anno il 28 giugno, data del World Pride Day, cascasse anche Eid al-Adha: un’importante festività islamica. E allora diamine, come salvare capra e cavoli? Come lubrificare la captatio farlocca verso una minoranza senza far infuriare l’altra?

Spoiler: il Barcellona non ci è riuscito. Anzi. Nel giro di 48 ore ha perso oltre 400mila follower su Instagram – comunque briciole, su 122 milioni totali – e incassato il contraccolpo della sua corposa fanbase musulmana. Boicottaggi, insulti – o peggio: «Hala Madrid!». Il colmo è che si è offesa, a questo punto non a torto, pure l’ala Lgbtq. Perché con gran paraculaggine il club si è ben riguardato dal diffondere il messaggio arcobaleno sui propri account in lingua araba, turca e indonesiana – salvo un timido retweet. Ecco la maschera dell’ipocrisia.

Riprendiamo il comunicato della discordia: dopo il solito pippone buonista, i blaugrana spiegano che «la nostra azione fa parte dello Spotify Glow Project», la campagna musicale pro-Lgbtq lanciata dalla nota piattaforma di streaming. Per incredibile coincidenza, dall’anno scorso Spotify è anche uno dei tre main partner del Barcellona. Gli altri due sono Nike, la cui svolta woke è ben risaputa, e l’olandese Philips.

La coincidenza ancora più incredibile, scorrendo la lista degli sponsor ufficiali del club, è che su 33 aziende non vi è più traccia di accordi commerciali col mondo arabo. Mentre per tutto il decennio precedente le casse blaugrana erano dipese dai petroldollari di Qatar Foundation e Qatar Airways, con qualche ritocco emiratino (United Arab Bank) e saudita (Samba Financial Group). Nel 2022, a pochi mesi dal primo rudimentale arcobaleno postato dal Barça, è terminato anche il rapporto con Beko, gigante dell’elettronica turca che collaborava coi catalani dal 2014. Siamo in un’altra epoca, insomma. Ma con prudenza: proprio in queste settimane, rivela “Forbes”, il presidente Joan Laporta è volato nei Paesi del Golfo per arruolare due nuovi sponsor da novanta. Le trattative sono ancora top secret, ma garantirebbero quell’iniezione di liquidità che il Barça cerca disperatamente per evitare altri guai col fair play finanziario. Chissà se il prossimo giugno le bandiere ci saranno ancora. Dipende da chi offre di più.

di Francesco Gottardi

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