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Apple abbandona l’automotive elettrico e punta sull’IA

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Apple ha scelto di rivedere le proprie strategie d’investimento scegliendo di chiudere il progetto automobilistico Titan per concentrare le risorse nella GenAI

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Apple abbandona l’automotive elettrico e punta sull’IA

Apple ha scelto di rivedere le proprie strategie d’investimento scegliendo di chiudere il progetto automobilistico Titan per concentrare le risorse nella GenAI

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Apple abbandona l’automotive elettrico e punta sull’IA

Apple ha scelto di rivedere le proprie strategie d’investimento scegliendo di chiudere il progetto automobilistico Titan per concentrare le risorse nella GenAI

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L’orologio del progresso ticchetta anche per le big tech. I passi avanti fatti dall’intelligenza artificiale in questi ultimi anni l’hanno portata a essere uno dei settori d’investimento più redditizi. Un dato di fatto che ha spinto Apple a rivedere la sua strategia. Come ha rivelato “Bloomberg”, l’azienda di Cupertinoche proprio ieri ha ricevuto una maxi multa da 1,8 miliardi di dollari dall’Antitrust Ue per violazioni delle regole sulla concorrenza nello streaming musicale – ha deciso di chiudere il progetto automobilistico Titan per concentrare le sue risorse umane e finanziarie nella GenAI, ovvero l’intelligenza artificiale generativa che dovrebbe essere integrata nel prossimo sistema operativo iOS 18 (la cui ultima versione è attesa per il prossimo settembre).

La decisione arriva dopo molti mesi di dibattito: il progetto Titan – che avrebbe dovuto portare a un’auto elettrica completamente autonoma – era iniziato nel 2014, quando erano stati fatti enormi passi avanti nella tecnologia automobilistica e una svolta nel settore sembrava imminente. Eppure non ha avuto una vita molto fortunata: poche settimane fa Apple aveva posticipato l’uscita della sua creazione al 2028, a causa della difficoltà nel mettere a punto una tecnologia all’altezza delle aspettative. Altri grandi player come Microsoft sono intanto scesi in campo con investimenti enormi e Apple non poteva permettersi di creare un’auto con il rischio di fare la stessa, triste fine degli smartwatch Pebble: tuffarsi sull’AI deve così essere apparsa la scelta più logica.

L’idea di un veicolo che sarebbe costato 100mila euro è stata quindi accantonata e alcuni dei 2mila dipendenti che vi lavoravano verranno smistati in altri progetti legati allo sviluppo di algoritmi, visto che le competenze richieste sono simili. Sempre secondo “Bloomberg”, ci saranno anche licenziamenti che però Apple non ha commentato, così come non c’è stato alcun chiarimento sulla perennemente delicata questione della privacyNon bisogna dimenticare che Apple ha da poco rilasciato Vision Pro, un visore di realtà aumentata che – nonostante le stime dicano che non riuscirà a influire più di tanto sui guadagni dell’azienda (il peso non indifferente e il prezzo elevato di 3.500 euro non ne assicurano una diffusione capillare) – testimonia l’impegno nell’AI.

Ora che Apple entrerà nel settore, è lecito domandarsi quali balzi in avanti verranno realizzati: ogni volta che a Cupertino hanno cominciato a lavorare in un settore, questo ne è risultato pesantemente influenzato. A patto però che venga ‘capito’ e sfruttato fino in fondo, circostanza che evidentemente non si è ancora realizzata con l’automotive.

Il settore AI si fa ancora più interessante e ‘caldo’, come dimostrato anche dalla causa intentata la scorsa settimana da Elon Musk contro Sam Altman e Greg Brockman di OpenAI (quelli di ChatGpt, per intendersi). Le accuse? Non aver rispettato i termini del contratto d’origine della start up, a cui aveva partecipato anche Musk nel 2015 (oggi l’azienda riceve invece cospicui finanziamenti da Microsoft): il piano iniziale prevedeva di creare una società non profit che avrebbe sviluppato sistemi d’intelligenza artificiale «a beneficio dell’umanità intera». Musk ha lasciato l’azienda nel 2018 ed è diventato una delle voci più critiche nei confronti del suo operato. Critiche non particolarmente credibili – perché provenienti da un personaggio controverso come Musk – che sono sfociate in una citazione in giudizio per non aver reso la piattaformaopen source (e dunque utilizzabile gratuitamente da tutti).

di Chiara Prisciandara Studentessa Università Iulm

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