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kabul unione europea

I paletti europei fra le pietre di Kabul

Non è il tempo delle ipocrisie: l’Unione europea stabilisce 5 condizioni per discutere il riconoscimento del governo talebano.

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I paletti europei fra le pietre di Kabul

Non è il tempo delle ipocrisie: l’Unione europea stabilisce 5 condizioni per discutere il riconoscimento del governo talebano.

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I paletti europei fra le pietre di Kabul

Non è il tempo delle ipocrisie: l’Unione europea stabilisce 5 condizioni per discutere il riconoscimento del governo talebano.

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Non è il tempo delle ipocrisie: l’Unione europea stabilisce 5 condizioni per discutere il riconoscimento del governo talebano.

Dopo la riunione dei ministri degli Esteri svoltasi in Slovenia, l’Alto rappresentante della politica estera e della sicurezza dell’Unione europea, Joseph Borrell, ha indicato la linea: non si parla per ora di un ‘riconoscimento’ tout court del governo che i talebani stanno costituendo sotto la guida spirituale di Haibatullah Akhundzada, ma se ne potrà discutere alla verifica di cinque condizioni: 1) non diventare una base del terrorismo; 2) assicurare il rispetto dei diritti delle donne; 3) definire un governo inclusivo; 4) far accedere gli aiuti umanitari; 5) consentire l’espatrio a stranieri e afghani a rischio. Borrell ha anche annunciato la disponibilità ad attivare una sede diplomatica dell’Ue, che dovrà gestire i corridoi umanitari diretti nei Paesi limitrofi ma anche in Europa. Si tratta di una svolta di non poco conto, anche in ragione delle scelte che si faranno con l’auspicato G20, specie con riferimento al partito di coloro che si ostinano a rifiutare ogni dialogo con i talebani. E sul punto è bene analizzare le conseguenze di un nuovo governo afghano condannato all’isolamento. I talebani, privi di sostegno della comunità internazionale, per consolidare il controllo politico e militare potrebbero allearsi con Al Qaeda, anche per contrastare l’Isis-K e le altre fazioni avverse, non ultima la resistenza dei mujaheddin dei distretti del Panjshir, sulla cui capacità offensiva sono pochi a scommettere, salvo aiuti esterni. Potranno innescarsi nuove guerre per procura, in un “nuovo grande gioco” delle grandi e medie potenze regionali che sul quadrante afghano hanno già dimostrato di avere cospicui interessi. Come nel caso del Pakistan, quindi dell’India (che con Islamabad ha conflittualità storiche), di Turchia, Cina e Russia, delle contigue Repubbliche asiatiche ex sovietiche, di Iran e di vari Paesi arabi che non si limiteranno a stare a guardare. In definitiva c’è il rischio di una replica amplificata del caos libico, con un territorio frammentato sotto la minaccia dei droni e il controllo di diversi attori: dai contractor russi ai militari turchi e ad altre forze straniere, dagli stessi compositi gruppi pashtun dei talebani (i più organizzati e aggressivi Haqqani) alle altre milizie afghane, incluse quelle sciite, fino agli undici gruppi terroristi censiti in Afghanistan (a cominciare dall’Isis-K e da Al Qaeda) che incrementeranno la carica di violenza per la leadership del jihad globale, cui concorreranno i gruppi terroristi e separatisti di tutta l’area regionale. I 38 milioni di afghani saranno costretti a sopravvivere nei vari distretti controllati dalle parti in lotta, con il rischio di soccombere sotto i droni armati e gli attacchi terroristici, nella indigenza e sotto il giogo di un regime oscurantista, per cui sarà inevitabile la scelta di rifugiarsi in un’Europa che è fortemente ostile all’accoglienza di migranti e rifugiati. Cui prodest se l’Afghanistan si consolida coi talebani oppure si frantuma, precipita nel caos, e un’ondata di profughi si dirigerà in Europa? Il dialogo dell’Ue, in generale dell’Occidente, e una eventuale ‘riconoscibilità’ del nuovo governo con i talebani – certo a condizioni tutte da verificare – sono ipotesi che vanno valutate, senza ipocrisie. di Maurizio Delli Santi

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