Ragusa (Siru): “E’ boom social freezing ma non garantisce la fertilità”
Roma, 13 giu. (Adnkronos Salute) – “Negli ultimi anni stiamo assistendo a un vero boom del social freezing, il congelamento degli ovociti per motivi non medici. È un fenomeno in crescita, alimentato da una maggiore consapevolezza delle donne sulla propria fertilità, ma anche da molte informazioni incomplete o fuorvianti che circolano sui media e sui social network”. Così all’Adnkronos Salute Guglielmo Ragusa, presidente della Società italiana di riproduzione umana (Siru) e responsabile del Centro di Procreazione medicalmente assistita dell’Istituto Marquès di Milano a margine di ‘Parola alla medicina’, format audiovisivo della Fism (Federazione società medico-scientifiche italiane), di cui Adnkronos è media partner.
Secondo Ragusa, il tema della fertilità femminile continua a suscitare grande attenzione perché tocca aspetti profondi della vita delle persone. Tuttavia, oggi più che mai, è necessario distinguere tra dati scientifici e falsi miti. “Molte donne – spiega – arrivano alla consulenza con l’idea che congelare gli ovociti equivalga a mettere al sicuro la propria possibilità di avere figli in futuro. In realtà non è così. Il social freezing può essere una strategia utile, ma non rappresenta una garanzia assoluta”. Le motivazioni che spingono sempre più donne a ricorrere al congelamento degli ovociti sono soprattutto sociali. “Nel 70% dei casi – sostiene Ragusa – si tratta di donne che non hanno ancora trovato il partner con cui costruire un progetto familiare. Altre sono concentrate sulla carriera o hanno appena concluso una relazione importante. Sono scelte legittime, ma è fondamentale conoscere i limiti biologici della fertilità”.
Uno degli aspetti meno conosciuti riguarda infatti l’età. “Congelare gli ovociti a 32 o 34 anni è molto diverso rispetto a farlo a 38 o 40. Con il passare del tempo – avverte l’esperto – diminuiscono sia il numero sia la qualità degli ovociti disponibili. Dopo i 37-38 anni spesso sono necessari più cicli di stimolazione ovarica per ottenere un numero adeguato di ovociti da conservare”. Il costo della procedura rappresenta un ulteriore elemento da considerare. “In Italia il percorso comporta una spesa media di circa 4.000 euro totali, farmaci compresi necessari per la stimolazione ovarica. Attualmente – ricorda il ginecologo – il trattamento è gratuito (procedura e farmaci) in tutte le patologie oncologiche per le quali le terapie da affrontare potrebbero comportare compromissione della riserva ovarivo. Gli oncologi oggi hanno una maggiore consapevolezza del problema rispetto al passato e sempre più spesso propongono alle pazienti, quando il tempo lo permette, di preservare la fertilità prima del percorso di cura oncologico. Se la donna soffre di endometriosi è prevista la procedura gratuita mentre i farmaci sono a pagamento”.
Per Ragusa, però, il vero problema è a monte: la mancanza di una corretta educazione alla fertilità. “Per anni abbiamo parlato giustamente di contraccezione e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Oggi – osserva – sarebbe altrettanto importante spiegare alle ragazze come evolve la fertilità nel corso della vita. Molte scoprono troppo tardi che la capacità riproduttiva femminile diminuisce progressivamente con l’età”.
Tra i temi più discussi negli ultimi anni c’è quello della cosiddetta riserva ovarica, spesso associata al dosaggio dell’ormone antimulleriano (Amh). “La riserva ovarica indica il numero di follicoli ancora presenti nelle ovaie, ma non va confusa con la fertilità naturale. Una donna con una riserva ovarica ridotta – sottolinea il presidente di Siru – può comunque avere le stesse probabilità di concepimento spontaneo di una coetanea con valori più elevati. La differenza emerge soprattutto nei percorsi di fecondazione assistita, dove avere più ovociti disponibili aumenta le possibilità di successo”.
Infine, Ragusa richiama l’attenzione sugli effetti dell’ambiente sulla salute riproduttiva. “Sempre più studi indicano che sostanze come Pfas, ftalati, pesticidi e altri interferenti endocrini possono influenzare negativamente sia la qualità del liquido seminale maschile sia la funzione ovarica femminile. Chi lavora da decenni nel campo della riproduzione osserva oggi una riduzione della risposta ovarica anche in donne molto giovani, un fenomeno che merita ulteriori approfondimenti scientifici”. La fertilità “non può essere data per scontata. Informazione corretta, consapevolezza e prevenzione restano gli strumenti più importanti per consentire alle donne di fare scelte realmente informate sul proprio futuro riproduttivo”
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