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Alzheimer, 21mila volontari sani per accelerare la scoperta di una cura

14 Maggio 2024

Milano, 14 mag. (Adnkronos Salute) – Oltre 20mila volontari sani, per la precisione 21mila persone dai 17 agli 85 anni, scendono in campo per accelerare la scoperta di cure efficaci contro l’Alzheimer e le altre demenze. Malattie con cui entro il 2050, secondo le previsioni, convivranno circa 139 milioni di abitanti del pianeta. E’ il maxi-reclutamento annunciato su ‘Nature Medicine’ da un gruppo di scienziati guidati dall’università di Cambridge, nel Regno Unito, in collaborazione con l’Alzheimer’s Society. La Genes and Cognition Cohort, arruolata nell’ambito della National Institute for Health and Care Research (Nihr) BioResource, ha già permesso di dimostrare per la prima volta che due importanti meccanismi biologici – l’infiammazione e il metabolismo – giocano un ruolo chiave nel declino cognitivo associato all’invecchiamento.

La nuova coorte della Nihr BioResource – auspicano i promotori del progetto, supportato da Alzheimer’s Society, Nihr BioResource e Wellcome and the Medical Research Council – permetterà ai ricercatori accademici e dell’industria di coinvolgere persone sane, potenzialmente a maggior rischio di sviluppare demenza, negli studi clinici volti a valutare candidati farmaci in grado di rallentare la perdita di diverse funzioni cerebrali, inclusa la memoria, ritardando l’insorgere della demenza. Sebbene in questa direzione siano stati registrati recenti progressi, i due trattamenti principali oggi a disposizione mostrano un effetto limitato – osservano gli esperti – e la stragrande maggioranza dei nuovi approcci che sembrano funzionare sugli animali fallisce nei test sui pazienti. Una possibile spiegazione è che oggi le terapie sperimentali vengono studiate su persone che presentano già dei sintomi, cioè quando è troppo tardi per fermare o invertire la corsa della patologia. Invece c’è urgente bisogno di capire cosa succede nelle primissime fasi della malattia, prima che la demenza dia segni di sé, e di testare nuovi trattamenti prima che compaiano problemi cognitivi. Un approccio che richiede la disponibilità di un ampio bacino di volontari disposti a partecipare a trial clinici contro la demenza.

Da qui la creazione della Genes and Cognition Cohort all’interno della Nihr BioResource, nata nel 2007 per reclutare volontari desiderosi di impegnarsi in prima persona a favore del progresso medico-scientifico. Per mettere insieme la nuova coorte, gli scienziati hanno utilizzato un mix di test cognitivi e dati genetici, combinati con altre informazioni sanitarie e demografiche, per avviare il primo studio su larga scala dei cambiamenti cognitivi. Questo consentirà di arruolare partecipanti per ricerche sul declino cognitivo e per studi su nuovi possibili trattamenti. Se ad esempio un’azienda farmaceutica avesse un candidato farmaco promettente, potrebbe attingere alla nuova coorte di Nihr BioResource e reclutare volontari ad hoc per studiarlo. Per informazioni su come aderire al progetto, www.bioresource.nihr.ac.uk.

“Abbiamo creato una risorsa che non ha eguali in nessun’altra parte del mondo – afferma Patrick Chinnery del dipartimento di Neuroscienze cliniche dell’università di Cambridge, co-presidente di Nihr BioResource e coordinatore del progetto – arruolando persone che non mostrano alcun segno di demenza, invece di pazienti con sintomi. Questo permetterà di abbinare volontari e studi” in modo mirato “e di accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci, tanto necessari per curare la demenza”.

“Il declino cognitivo è un processo naturale – sottolinea Chinnery – ma quando le funzioni cognitive scendono sotto una soglia specifica, allora si parla di demenza. Tutto ciò che potrà rallentare questo decadimento ritarderà il momento in cui questa soglia verrà superata. Riuscire a posticipare l’insorgenza della demenza da 65 anni a 75, o addirittura a 85, farebbe un’enorme differenza a livello individuale e di popolazione”. Per provarci, due possibili bersagli da colpire sono stati individuati proprio grazie alla nuova coorte. “Ci siamo chiesti”, riferisce il docente: “Quali sono i meccanismi genetici che predispongono a un declino cognitivo lento o veloce con l’avanzare dell’età?”. Ebbene, uno è l’infiammazione, e in particolare le cellule immunitarie del cervello e del sistema nervoso centrale (la cosiddetta microglia), coinvolte nel declino cognitivo. E un altro meccanismo target identificato è il metabolismo, in particolare il modo in cui i carboidrati vengono scomposti nel cervello per produrre energia.

“Questo entusiasmante studio finanziato dall’Alzheimer’s Society – commenta Richard Oakley, direttore associato Ricerca e Innovazione dell’ente – è un passo importante per aiutarci a comprendere meglio come iniziano le malattie che causano la demenza e aiuterà nello sviluppo di nuovi trattamenti mirati alle fasi iniziali di queste patologie. I dati, provenienti da oltre 20mila volontari, ci aiutano a capire meglio la connessione tra geni e declino cognitivo e consentono ulteriori analisi innovative in futuro. Una persona su 3 nata oggi nel Regno Unito svilupperà demenza nel corso della sua vita, ma la ricerca sconfiggerà questa malattia”, è convinto Oakley. Questa speranza, è l’appello, “dobbiamo renderla realtà attraverso maggiori finanziamenti, collaborazioni e persone disposte a partecipare alla ricerca”.

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