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Afghanistan, ucciso da Daesh il comandante delle forze talebane

Cronaca di paese che come un sonnambulo si avvia verso la sua distruzione.

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Il due novembre, alle 11 circa dell’ora locale (corrispondenti alle 9 del mattino italiane), il cosiddetto Stato islamico del Khorasan (Iskp, la sezione afghana di Daesh) ha attaccato l’ospedale militare più grande di Kabul riuscendo a uccidere decine di persone, tra le quali il responsabile militare della capitale Qari Hamdullah, prima che le forze di sicurezza talebane, aviotrasportate in loco, riuscissero a fermare i cinque attentatori.

Detenuto a Guantanamo col numero 1119 e stratega militare di fiducia del ministro degli Interni Sirajuddin Haqqani, Qari era nientemeno che il comandante della brigata Badri, cioè le forze speciali talebane biancovestite temute persino dagli apparati di sicurezza pakistani, alla cui testa era entrato nel palazzo presidenziale lo scorso 15 agosto con l’obiettivo dichiarato di decapitare l’ex presidente Ghani. Sic transit gloria mundi.

La morte di Qari Hamdullah per mano dell’organizzazione guidata dall’uomo conosciuto come ‘Shahab il migrante’, in assoluto l’uomo più pericoloso dell’Afghanistan, è un brutto colpo per la già precaria ‘pax talebana’ e rischia di accelerare un declino già giudicato inevitabile dagli osservatori internazionali. Lo spauracchio che si avvicina è quello di una ‘seconda Siria’: come lì l’Isis riuscì a prevalere grazie al vuoto di potere creato dalla ribellione, così l’Iskp sta seminando panico e morte da Jalalabad a Kandahar. Le tattiche talebane di counterinsurgency si stanno rivelando morsi di un cane sdentato. Né gli spietati raid contro presunti affiliati a Daesh né la stretta sulle moschee salafite né le esecuzioni extragiudiziarie dei dissidenti sembrano sortire alcun effetto sulla capacità operativa degli uomini di Shahab. Anzi, i regolamenti di conti con gli ex membri dell’esercito e della polizia afghani hanno portato a un incredibile afflusso di nuove reclute per la sezione afghana di Daesh, tra cui quelle addestrate dalle forze speciali Usa e ritenute tra le più preparate in Asia.

Questa tempesta perfetta è una minaccia all’ordine regionale, già gravemente compromesso dal collasso della precedente repubblica e dalla lotta interna talebana tra i ‘talebani diplomatici’ di Khalilzad e gli Haqqani: questi ultimi di fatto hanno già vinto e attendono lo scongelamento degli aiuti internazionali, in gran parte detenuti nelle banche statunitensi, prima di passare all’incasso. Ma cosa succederà se e quando sarà chiaro che questi miliardi sono persi per sempre? Difficile prevederlo, ed è questa la spada di Damocle che pende sopra la Cina, preoccupatissima per le ricadute che un Afghanistan pienamente jihadista (se degli Haqqani o di Daesh poco importa) potrebbe avere sulla sua regione-lager dello Xinjiang, con cui il Paese confina direttamente nel corridoio del Wakhan. E se gli ‘alleati’ a Doha e Teheran si sono già dichiarati delusi e irritati dalle decisioni del governo talebano, soprattutto per il settarismo pashtun che ha contraddistinto la scelta del gabinetto di governo, il Pakistan vede crescere la minaccia interna dei talebani sul suo territorio che lo obbligano a bloccare con container gli accessi stradali alla capitale per evitare sortite.

L’Afghanistan sta insomma camminando come un sonnambulo verso la guerra civile, col 95% della popolazione in povertà assoluta e nella prospettiva spaventosa della carestia generalizzata, rischiando di innescare una spirale di violenza di cui nessuno potrà prevedere la fine.

di Camillo Bosco 

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