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Altalena russa e bufera su Witkoff

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Altalena russa e bufera su Witkoff. Se Stati Uniti e Ucraina si avvicinano, l’unico effetto prevedibile è forse questo: il gelo e poi un gioco di segnali russi

Altalena russa e bufera su Witkoff

Altalena russa e bufera su Witkoff. Se Stati Uniti e Ucraina si avvicinano, l’unico effetto prevedibile è forse questo: il gelo e poi un gioco di segnali russi

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Altalena russa e bufera su Witkoff

Altalena russa e bufera su Witkoff. Se Stati Uniti e Ucraina si avvicinano, l’unico effetto prevedibile è forse questo: il gelo e poi un gioco di segnali russi

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Era prevedibile e forse inevitabile: dopo il giorno dell’ottimismo è arrivato quello dell’altalena. Se Stati Uniti e Ucraina si avvicinano, l’unico effetto prevedibile è forse questo: il gelo e poi un gioco di segnali russi.

Solo cinque giorni fa, del resto, il Cremlino aveva visto accettare in blocco i suoi desideri – inconfessabili compresi – senza che il capo della Casa Bianca battesse ciglio.

Ieri, è arrivata prima la doccia fredda del: “Non faremo concessioni sui punti chiave”, poi “Il processo in corso per la pace è serio”. Il tutto nel giro di sei ore di una giornata importante eppure interlocutoria.

Donald Trump, intanto, invia i suoi uomini a trattare a Kiev e a Mosca, per cercare di cogliere quel momento (soprattutto non perderlo) di cui scrivevamo ieri.

Sulla qualità di chi tratta, poi, potremmo scrivere un romanzo: l’imbarazzante trascrizione del colloquio fra l’inviato Steve Witkoff e il suo interlocutore russo ha mostrato un dilettantismo senza pari.

Quel “Putin chiami Trump prima che incontri Zelensky” o “Io comincerei con i complimenti per la pace a Gaza” e altri consigli con toni da confraternita universitaria, suggeriti all’uomo del Cremlino dal capo del negoziatori della Casa Bianca, ha fatto sobbalzare i repubblicani. Non solo gli avversari di Trump.

Anzi, ieri sono stati proprio deputati del partito del Presidente a usare parole durissime contro Witkoff e a chiederne il licenziamento.

In fin dei conti, costui non è un diplomatico ed è stato scelto da Trump proprio per quello. È bravo a fare affari e a vender case ma in diplomazia siamo all’”uno vale uno” di italica memoria.

Di Fulvio Giuliani

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