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Ancora cornate fra Barcellona e Madrid

Dieci anni fa l’ultima corrida a Barcellona per scelta di una legge regionale, non condivisa da tutti. Lo scontro sui tori diventa emblema di un eterno dualismo: quello tra la città catalana e la capitale Madrid.

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Nel fine settimana, mentre gli indipendentisti salutavano la fine del breve arresto di Carles Puidgemont ad Alghero, una fetta di Catalogna festeggiava un’altra ricorrenza: il 25 settembre del 2011 Barcellona ospitava l’ultima corrida prima che una legge regionale la decretasse un inutile retaggio del passato. Circa ventimila persone si recarono alla Monumental per vedere le prodezze dell’esperto Juan Mora, della star José Tomás e del catalano Serafin Marin. Quest’ultimo portato a spalle fuori dall’arena, omaggio che si tributa agli eroi della giornata, assieme a un paio di deputati locali che avevano votato contro la legge.

La questione è infatti da sempre intrecciata con la politica: a spanne, la destra a difesa della tradizione, delle banderillas e di Madrid capitale di uno Stato senza fratture; la sinistra locale che contro un evento ‘franchista’ agita compatta la estelada (la bandiera simbolo dell’indipendentismo, disegnata a fine Ottocento sul modello di quella cubana da un catalano trasferitosi all’Avana).

I socialisti di governo divisi, allora come oggi, perché chiudere i tori nell’arena o braccare Puidgemont in giro per l’Europa ha un costo politico non trascurabile: l’attuale governo nasce grazie all’astensione dei catalani di Erc in cambio di nuovi negoziati sull’autonomia di Barcellona. Ma da sempre, il resto del Paese fatica a capire cosa vogliano i catalani, figuriamoci a votare chi ne condivide le battaglie.

In teoria da qualche anno i tori potrebbero tornare a farsi infilzare anche a Barcellona e dintorni. A fine 2016, la Corte costituzionale ha infatti stabilito che il Parlamento regionale poteva chiudere uno spettacolo pubblico perché preoccupata di proteggere l’animale, ma non poteva vietare una tradizione divenuta nel frattempo «patrimonio culturale immateriale» della Spagna.

Se la fiesta è finita, recitano due leggi del 2013 e del 2015, lo può decidere solo lo Stato. Ma l’impresa Balañá – che gestisce la Monumental oltre a un discreto impero di cinema e teatri – «per il momento» non ci pensa proprio a riaprire i battenti. La situazione «politica, sociale e giuridica» lo sconsiglia, fa sapere Pedro Balañá, in una delle poche dichiarazioni rilasciate sul tema.

È vero, di appassionati ce ne sono ancora tanti, che lamentano di dover migrare fino in Francia per poter avere la loro dose di sangue e arena. Ma chi se la sente di riaprire la Plaza se da anni a questa parte chiunque si metta tra Madrid e Barcellona ne esce incornato?

di Raffaele Bertini

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