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Bolsonaro aizza i social e il Brasile viene bloccato dai camionisti

Scontri sempre più duri e parole fuori misura. La prima economia dell’America Latina dipende ancora molto dal trasporto su gomma, che copre circa il 60% del traffico merci.

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Festa dell’indipendenza del Brasile, 7 settembre. Il presidente Jair Bolsonaro, mai restio a prendersi la scena, ne fa quest’anno un evento decisamente politico. Vuole e ottiene la piazza piena per far rimbombare l’eco delle sue invettive contro gli altri poteri dello Stato, prima fra tutti la Corte suprema, che lo accusa di farcire di fake news le sue campagne social e lo mette al centro di nuove inchieste.

Il suo principale accusatore, Alexander de Moraes, è «una canaglia» il cui tempo «è scaduto». Parole che alimentano – tra gli altri – il ruggito di alcuni camionisti che sposando la causa del presidente bloccano le strade per almeno due giorni. E questo è un problema: da settimane una pesante siccità sgonfia le centrali idroelettriche, provocando un rincaro della bolletta che spinge l’inflazione oltre i livelli di guardia.

Rallentare l’ingresso di cibo e benzina nelle città rischia di essere esplosivo e, per evitare guai peggiori, il presidente fa girare su WhatsApp un audio in cui invita gli «amici» camionisti a liberare le strade. Ma loro credono sia un falso opera dei «nemici della libertà» e tengono duro, fino a quando non interviene il ministro dei Trasporti a garantire che è tutto vero.

Per un articolo di colore potrebbe bastare “Chi di fake ferisce…” ma – come sempre – c’è molto altro. La vicenda conferma che il Brasile, prima economia dell’America Latina, dipende ancora molto dal trasporto su gomma, su cui corre circa il 60% del traffico merci. Sulle ferrovie viaggia più o meno un quinto del totale, ma in modo tutt’altro che efficiente: solo il 25% è a pieno regime e su poco meno del 30% delle rotaie non si vede neanche un pacchetto, spiega il quotidiano “O Globo”.

Lo sa bene il Senato brasiliano, che ha varato in prima lettura e all’unanimità un’ambiziosa riforma pensata per ampliare la rete ferroviaria, che dà ai privati non solo il diritto di sfruttare, ma anche di costruire nuove rotaie. E lo sa bene anche l’ex presidente del Brasile che nel 2018 pagò un mese di sciopero dei camionisti, questo sì appoggiato da tutta la categoria, con circa un punto percentuale di Pil: Michel Temer. Lo stesso che Bolsonaro ha mandato a chiamare nei giorni caldi della crisi per stendere un comunicato di ‘pace’ con la Corte suprema, derubricando le parole di fuoco di un mese fa a una poco perdonabile «eccitazione del momento».

Perché lo sa bene anche Bolsonaro: qualche colpo di clacson ci può stare, ma con gli ingorghi non si va da nessuna parte.

 

di Raffaele Bertini

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