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Brigata Karelia

Brigata Karelia: finlandesi preparati e senza paura della Russia

In visita alla Brigata Karelia, uno dei reparti di punta dell’esercito finlandese. I suoi battaglioni coprono l’intero spettro delle operazioni belliche

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Brigata Karelia: finlandesi preparati e senza paura della Russia

In visita alla Brigata Karelia, uno dei reparti di punta dell’esercito finlandese. I suoi battaglioni coprono l’intero spettro delle operazioni belliche

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Brigata Karelia: finlandesi preparati e senza paura della Russia

In visita alla Brigata Karelia, uno dei reparti di punta dell’esercito finlandese. I suoi battaglioni coprono l’intero spettro delle operazioni belliche

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In visita alla Brigata Karelia, uno dei reparti di punta dell’esercito finlandese. I suoi battaglioni coprono l’intero spettro delle operazioni belliche

Kouvola (Finlandia) – Dall’esterno è un’anonima foresta di conifere, uguale a mille altre in Finlandia, attraversata da una strada che a un certo punto è interrotta da sbarre e filo spinato. Un militare in mimetica verde acceso si avvicina al nostro finestrino e chiede i documenti. L’aria minacciosa non riesce a dissimulare la realtà: più che un uomo, quella sentinella è un ragazzino.

La Brigata Karelia è uno dei reparti di punta dell’esercito finlandese. I suoi battaglioni coprono l’intero spettro delle operazioni belliche: dalla fanteria meccanizzata all’artiglieria, dalla logistica al genio. A mantenerla viva ci pensano oltre 4mila (a tratti anche 7mila) uomini e donne. Soprattutto uomini. Perché in Finlandia vige ancora uno stringente sistema di leva obbligatoria, che ogni anno porta 24mila giovanissimi a unirsi alle Forze armate. Alcuni si fermano all’addestramento base, dopo sei settimane. Altri, destinati a servizi non armati, restano per sei mesi; i combat ready invece per undici.

Alla Karelia l’età media è di 20 anni. I coscritti affollano il sottobosco antistante ai poligoni di tiro: è l’ora di pranzo e hanno appena concluso una sessione di sparo con i loro fucili Rk 62. Chi con l’elmetto, chi con il berretto a visiera con la coccarda tricolore (bianco-azzurro-bianco) sul davanti. Ridono, scherzano. Qualcuno urla parole a noi incomprensibili. Ma che ne pensano ragazzi poco meno che ventenni del servizio militare? Sembrano così spensierati. «È un dovere che ha ognuno di noi, ci rende molto orgogliosi essere qui» rispondono Onni e Juho. Reggono fieri l’elmetto, con le mani sotto il giubbotto antiproiettile. «La Russia ci penserebbe due volte prima di attaccarci» aggiunge Aarni, che timidamente osserva: «Certo, la preoccupazione per un’escalation c’è». Ma in fondo c’è sempre stata. Proprio per questo Helsinki non ha mai rinunciato alla coscrizione obbligatoria. Un meccanismo che fa talmente tanto parte della cultura finlandese che nel 2013, quando un gruppo di cittadini propose una raccolta firme per abolire almeno gli arresti per chi si rifiuta di servire sia nell’esercito sia come civile (si parla di un anno di domiciliari, con tanto di cavigliera elettronica), non venne nemmeno avvicinato il numero minimo legale richiesto di 50mila sostenitori.

Com’è logico, questo non significa che tutti vedano di buon occhio la leva. Kimi non abbassa il passamontagna verde oliva, mostrandoci soltanto gli occhi celesti: «Non capisco perché si debba ancora svolgere questo servizio. Stiamo qui, facciamo quello che ci ordinano. Ma poi cosa resta?». I suoi superiori, dietro le nostre spalle, sorridono: gli scaglioni di coscritti sono lo specchio del Paese reale e come tali hanno le loro contraddizioni.

Un pulmino ci riporta al comando, mentre nelle strade nel bosco sfilano plotoni di ragazzini in tenuta da combattimento. Sul piazzale sventola una grande bandiera finlandese. Davanti, due residuati della Guerra d’Inverno, quella che noi conosciamo come Seconda guerra mondiale. Su un carro armato T-34 catturato ai sovietici campeggia una svastica bicolore. Non c’è da stupirsi: ancora oggi l’antico emblema solare è simbolo di molte unità militari finlandesi.

Dopo una rapida visita alla palestra e alla piscina (con sauna inclusa), nella mensa ci accoglie il comandante della Brigata Karelia. Il generale Jyri Raitasalo ha il viso duro, ma un sorriso amichevole. Con piglio militaresco ci dice di scegliere e preparare «in due minuti» il punto per l’intervista. Dall’alto del suo metro e novanta, che lo accomuna a molti suoi sottoposti, ci spiega come la sua unità sia sempre pronta al combattimento. Un combattimento che però vede come assai improbabile: «Non accadrà. Non ora che siamo nella Nato. Certo, per integrarci servirà tempo, ma il percorso è bene avviato». Ma quando gli chiediamo se abbia mai vissuto un periodo di tensione così alta, ammette a denti stretti: «Sono nell’esercito da 35 anni e ho comandato contingenti all’estero ma no, non ho mai sentito un pericolo così forte per il mio Paese».

di Umberto Cascone

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