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C’è ancora vita a Chernobyl: la “Foresta Rossa” 40 anni dopo il disastro

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Oggi la zona di esclusione di Chernobyl ospita cavalli selvatici, linci, cervi e branchi di lupi

Chernobyl

C’è ancora vita a Chernobyl: la “Foresta Rossa” 40 anni dopo il disastro

Oggi la zona di esclusione di Chernobyl ospita cavalli selvatici, linci, cervi e branchi di lupi

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C’è ancora vita a Chernobyl: la “Foresta Rossa” 40 anni dopo il disastro

Oggi la zona di esclusione di Chernobyl ospita cavalli selvatici, linci, cervi e branchi di lupi

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C’è un luogo in Europa dove il tempo si è fermato alle 01:23 del 26 aprile 1986. L’asfalto sulle strade di Pripyat si è sgretolato lasciando il posto alle piante selvatiche, i muri dei palazzi giacciono sventrati e inghiottiti dall’edera. Nelle giornate ventose le giostrine arrugginite sibilano tra le rovine di una città che ospitava 50mila abitanti, in un silenzio che perdura da quarant’anni. L’avevano ribattezzata la “Foresta Rossa”: dopo l’esplosione la vegetazione aveva assunto i toni della ruggine e tutto stava lentamente morendo. Oggi, invece, la zona di esclusione di Chernobyl ospita cavalli selvatici, linci, cervi e branchi di lupi.

Era il 28 aprile 1986, due giorni dopo l’esplosione, quando la Svezia per prima si accorse che qualcosa non tornava: i sensori della centrale di Forsmark rilevarono tracce di radioattività sugli indumenti dei dipendenti. Mosca ancora taceva. In Italia il primo allarme ufficiale arrivò il 30 aprile: il Ministero della Sanità vietò la commercializzazione di latte fresco e verdure a foglia larga in tutto il Nord. Seguirono i controlli sulle acque superficiali, poi sui foraggi, poi sulle carni. La Grecia bloccò le importazioni di prodotti agricoli dall’Est Europa. La Germania misurò picchi di cesio-137 nelle insalate bavaresi quattro volte superiori ai limiti di legge. In Polonia il governo distribuì ioduro di potassio a oltre dieci milioni di bambini in età scolare. La Francia dichiarò ufficialmente che la nube si era fermata al confine: una menzogna rimasta nella memoria collettiva del Paese. Mentre l’Europa era in stato d’allerta per la lattuga, a Chernobyl si moriva. Nei giorni successivi al disastro arrivarono i liquidatori. I primi si alternarono a turni di quaranta secondi, senza protezioni, a spostare con le mani pezzi di grafite che emanavano in un secondo e mezzo la dose di radiazioni che una persona accumula in una vita intera. Gli elicotteristi riversarono nel cratere oltre cinquemila tonnellate di sabbia, piombo, argilla e boro per soffocare l’incendio che continuò a bruciare per giorni. Alla fine, tra militari e civili, circa 600.000 persone ricevettero lo status ufficiale di liquidatori. In molti si ammalarono di leucemia e tumori alla tiroide. Il sarcofago di cemento che chiuse il reattore venne costruito in pochi mesi, con materiali scadenti, da uomini che pur conoscendo le conseguenze dell’esposizione alle radiazioni andarono avanti lo stesso.

Quarant’anni dopo, quella stessa zona ospita la vita. Con una superficie più grande del Lussemburgo, la zona di esclusione può essere considerata al pari di una riserva naturale. Uno studio condotto da trenta scienziati provenienti da Regno Unito, Irlanda, Francia, Belgio, Norvegia, Spagna e Ucraina ha certificato che flora e fauna non solo non hanno subito grandi effetti negativi nonostante gli attuali livelli di radioattività, ma prosperano. Il numero di lupi è sette volte superiore rispetto alle riserve naturali vicine non contaminate. Alci, cinghiali e caprioli popolano queste foreste in numeri paragonabili ai parchi nazionali più tutelati del continente. Come ha sintetizzato Jim Smith dell’Università di Portsmouth: è molto probabile che Chernobyl ospiti oggi più animali selvatici di quanti ne avesse prima dell’incidente.

Gli effetti delle radiazioni non sono del tutto assenti: alcune rane hanno sviluppato una pelle più scura nelle aree più contaminate, gli uccelli mostrano maggiore probabilità di sviluppare cataratte. Ma altri studi suggeriscono che certe specie abbiano sviluppato mutazioni adattive, una sorta di accelerazione evolutiva che protegge le loro cellule dai danni genomici. “La natura si riprende in modo relativamente rapido ed efficace”, ha detto Denys Vyshnevskyi, che da anni studia la fauna locale. I cavalli di Przewalski – originari della Mongolia, un tempo sull’orlo dell’estinzione – sono stati introdotti nella zona nel 1998 come esperimento. Ora una popolazione intera pascola ai piedi del sarcofago.

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