Cosa fare con Hormuz
Lo stretto di Hormuz resta chiuso: la strategica rotta commerciale che collega il Mare di Oman al Golfo Persico rimane sotto il controllo di Teheran
Cosa fare con Hormuz
Lo stretto di Hormuz resta chiuso: la strategica rotta commerciale che collega il Mare di Oman al Golfo Persico rimane sotto il controllo di Teheran
Cosa fare con Hormuz
Lo stretto di Hormuz resta chiuso: la strategica rotta commerciale che collega il Mare di Oman al Golfo Persico rimane sotto il controllo di Teheran
Per favore, non guidate. Più o meno con queste parole il Ministero danese dell’Energia ha consigliato ai propri cittadini di evitare i «consumi non necessari», a partire dall’uso della propria vettura. Nella vicina Svezia, la compagnia aerea scandinava Sas ha annunciato un rincaro temporaneo dei biglietti a causa dell’aumento dei costi del carburante. Una tendenza che interessa il traffico aereo ormai in tutto il mondo, dalla Francia all’Australia.
Lo stretto di Hormuz resta chiuso: la strategica rotta commerciale che collega il Mare di Oman al Golfo Persico rimane sotto il controllo di Teheran, che permette il transito alle imbarcazioni di pochissimi Paesi, in primo luogo quelle della Cina. Secondo fonti dell’intelligence statunitense contattate dal “New York Times”, la Marina iraniana avrebbe effettivamente cominciato a posizionare mine nell’area. Operazioni non rapide e ostacolate dagli attacchi aerei americani, ma coerenti con le dichiarazioni di Mojtaba Khamenei.
Ferito in un raid israeliano, la nuova Guida suprema del Paese non si mostra in pubblico, ma afferma in un messaggio che l’Iran continuerà a utilizzare il blocco del passaggio come «leva contro i nemici». I Paesi del G7 non hanno motivo di dubitarne: in un comunicato diffuso questa settimana, i leader di Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Canada e Giappone hanno concordato di «esaminare opzioni» per scortare le imbarcazioni nel Golfo, garantendo libertà di navigazione. Un impegno non privo di rischi, considerata la portata della ritorsione iraniana.
Intervenuto ai microfoni di “Sky News”, il segretario statunitense al Tesoro Scott Bessent ha lasciato intendere un potenziale coinvolgimento della Marina americana: «Non appena sarà militarmente possibile, credo che scorteremo le navi, forse con una coalizione internazionale». Un messaggio che somiglia in effetti alle dichiarazioni arrivate negli scorsi giorni da Parigi, Roma, Londra e Berlino.
Esporre le proprie imbarcazioni al fuoco iraniano è un azzardo: non a caso, funzionari statunitensi escludono un dispiegamento mentre proseguono gli attacchi. Allo stesso tempo, attendere un miglioramento della situazione costa quotidianamente perdite notevoli. Per questo motivo, tra gli osservatori non manca chi riflette su opzioni quasi proibitive: «Affidarsi soltanto alla potenza aerea non garantirà il raggiungimento degli obiettivi, compresa la riapertura di Hormuz. Gli Stati Uniti potrebbero essere costretti a schierare truppe sul campo per prendere il controllo della costa settentrionale», ha dichiarato al “Wall Street Journal” Brian Katulis, ricercatore senior presso il “Middle East Institute” di Washington. Secondo il quotidiano newyorchese, il Pentagono avrebbe autorizzato ieri l’invio di circa 2.500 marines nella regione.
Intraprendere operazioni sul suolo iraniano rappresenterebbe una significativa evoluzione del conflitto, con sfide non trascurabili legate alla sicurezza del personale militare. Uno scenario che la Casa Bianca vorrebbe evitare, soprattutto a ridosso delle elezioni di medio termine, ma che lo stesso Donald Trump non ha potuto escludere durante un’intervista a “Cbs News”.
Le dichiarazioni vaghe (e spesso contraddittorie) del presidente statunitense stanno tuttavia contrariando gli alleati: «Nessuno è in grado di dire cosa Trump voglia da questa guerra» ha commentato l’omologo francese Emmanuel Macron dopo la videoconferenza di mercoledì scorso. Stando al “Financial Times”, Parigi e Roma starebbero persino tentando di avviare colloqui con Teheran per garantire il transito in sicurezza delle proprie navi, circostanza negata da fonti di Palazzo Chigi. Dal canto suo, Washington ha autorizzato per un mese la vendita di petrolio russo imbarcato prima del 12 marzo: «Riteniamo si tratti di un errore. C’è un problema di prezzo, non di approvvigionamento» ha affermato il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Di Federico Mari
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