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4 anni di dolore per l’Ucraina. 4 anni di vergogna per Putin

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La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina continua e segna una frattura nell’Occidente.
Difendere Kiev significa difendere l’Europa, la libertà e i nostri stessi principi

ucraina

4 anni di dolore per l’Ucraina. 4 anni di vergogna per Putin

La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina continua e segna una frattura nell’Occidente.
Difendere Kiev significa difendere l’Europa, la libertà e i nostri stessi principi

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4 anni di dolore per l’Ucraina. 4 anni di vergogna per Putin

La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina continua e segna una frattura nell’Occidente.
Difendere Kiev significa difendere l’Europa, la libertà e i nostri stessi principi

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Comincia il quinto anno della guerra criminale scatenata dalla Russia in Ucraina. Non se ne vede la fine. S’è perso anche l’inizio, perché i russi aprirono la guerra nel 2012 e nel 2014 s’appropriarono della Crimea. La grande differenza non sta nell’aggressività imperialista di Putin, ma nella reazione delle democrazie occidentali: fino al 24 febbraio del 2022 si pensò di potere deprecare e sanzionare, non smettendo di accettare e collaborare; da quella data in poi è stato chiaro che l’aggressione era diretta sia all’ordine mondiale che alle nostre sicurezze e prosperità. Da quel 24 febbraio i bombardamenti russi non si sono mai fermati e se noi abbiamo fornito armi agli ucraini, loro ci hanno dato il loro sangue.

Fin dalle prime ore l’attacco fu diretto contro la capitale dell’Ucraina, con l’obiettivo di prenderla in poche ore e sostituire il governo democraticamente eletto con un fantoccio al servizio di Mosca. Fin dai primi giorni ci è stato chiaro e abbiamo altrettanto chiaramente sostenuto che la Russia era stata sconfitta. Putin è il perdente di questa guerra, il popolo ucraino ne è il vincitore, l’Unione Europea è la trincea che si voleva disintegrare e che invece resiste. Una nutrita schiera di militi digitali prese a dirci – e continua a farlo – che se fosse stato vero che Putin aveva perso allora la guerra sarebbe dovuta già finire. Invece scrivemmo, dal primo momento, che sarebbe stata molto lunga. Perché la sconfitta dell’aggressione russa non poteva significare la vittoria militare degli aggrediti. Così stavano e stanno le cose.

La novità è intervenuta con il rientro alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha rotto il fronte occidentale e preso le parti di Putin. Questo ha reso diverso l’ultimo anno di guerra. Questo segna un cambiamento epocale nei rapporti atlantici: si spera che questa impostazione americana passi al più presto, ma la storia non tornerà più indietro. Ciò è evidente a noi atlantisti perché europeisti, mentre è più difficile da capire per chi s’inventò atlantista perché antieuropeista. Fra questi anche talune forze che oggi si trovano al governo dell’Italia, in perfetta consonanza con talune forze che oggi sono all’opposizione. Consonanza non casuale, ma figlia della storia antimoderna e prima ancora antirisorgimentale del nostro Paese.

Speriamo tutti che la guerra non torni dentro le nostre case, anche se non tutti ricordano che dentro un pezzo delle nostre case europee i carri armati sovietici ancora schiacciavano la libertà sotto i loro cingoli quando la fine della Seconda guerra mondiale era già lontana. Affinché la guerra non torni nelle nostre case è necessario che non sia persa dagli ucraini e che il sangue versato dai civili non sia usato per spingerli a cedere al ricatto territoriale. Quella non sarebbe la fine negoziata della guerra, ma un negoziato che coverebbe lo spostamento delle trincee più a Occidente, più in casa nostra. Noi siamo con gli ucraini perché siamo con e per noi stessi. E lo dobbiamo proprio al rispetto di quanto dettato dall’articolo 11 della nostra Costituzione, che «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», motivo per cui abbiamo il dovere politico e morale di ripudiare la guerra aperta dai russi e difendere nelle trincee ucraine la nostra stessa Costituzione.

Questi quattro anni e l’ultimo in particolare hanno cambiato il nostro essere europei. La storia ha bombardato alla porta e ora s’impone la blindatura militare. Sempre pronti al dialogo diplomatico, ma si dovrà esserlo anche a tenere fuori i nemici della convivenza. Senza quella forza anche la diplomazia diventa illusoria. Il pericolo ha serrato i ranghi e oggi Ue e Uk sono più vicini di quando il secondo era parte della prima. L’urgenza impone di non attendere chi s’attarda e di salutare chi voglia andare altrove. In quanto all’Italia, fin dalla sua nascita, è europea o non è. Non basta saperlo, si deve anche dirlo.

Di Davide Giacalone

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