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Armare Kiev non a parole

Armare Kiev non a parole

Ciò che è accaduto a Dnipro è terribile e inconcepibile. Il criminale Putin non si smentisce ma siamo noi che non dobbiamo assuefarci a questa carneficina
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Armare Kiev non a parole

Ciò che è accaduto a Dnipro è terribile e inconcepibile. Il criminale Putin non si smentisce ma siamo noi che non dobbiamo assuefarci a questa carneficina
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Armare Kiev non a parole

Ciò che è accaduto a Dnipro è terribile e inconcepibile. Il criminale Putin non si smentisce ma siamo noi che non dobbiamo assuefarci a questa carneficina
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Ciò che è accaduto a Dnipro è terribile e inconcepibile. Il criminale Putin non si smentisce ma siamo noi che non dobbiamo assuefarci a questa carneficina

Il raid russo di domenica su Dnipro è stato terrificante, inconcepibile. Eppure, nella disumana insistenza con cui da 11 mesi le forze armate russe attaccano i civili ucraini, non è difficile scorgere un duplice disegno. Fallito, ma dalle spaventose conseguenze in termini umanitari e politici.

Guardiamo attoniti quel condominio sventrato da armi progettate per affondare portaerei e leggiamo di intere famiglie cancellate dalla faccia della terra, poche ore dopo la notizia infernale di una bambina di pochi anni stroncata da un infarto: non reggeva più il terrore quotidiano. La Russia, dunque, dà fondo alle proprie riserve di armamenti strategici, bruciandole in tattiche sempre più simili a quelle dei conflitti globali del XX secolo: terrorizzare la popolazione, nella speranza di fiaccare governi che si credeva di poter spazzar via in poco tempo. Tornando al presente, Mosca punta a costringere Kiev almeno ad accettare una trattativa sui pochi territori conquistati ed effettivamente controllati dall’armata. Un calcolo mostruosamente cinico e sbagliato, perché – come riportano tutte le cronache dai fronti di guerra e dal Paese aggredito – un dato è certo: i lutti, le sofferenze e le privazioni hanno cementificato giorno dopo giorno l’orgoglio di un popolo e la ferrea volontà di combattere.

Nelle stesse ore in cui un palazzo veniva sbriciolato da un’arma progettata per intaccare la supremazia sui mari del nemico di sempre, gli Stati Uniti d’America, sono piovute le allucinate parole pronunciate con glaciale indifferenza al Cremlino: «Raggiunti gli obiettivi». A parlare è Vladimir Putin, il dittatore fuori controllo che avrebbe voluto chiudere la pratica in tre giorni e oggi canta vittoria per aver piantato la bandiera (anche se l’Ucraina smentisce) su un cumulo di macerie un tempo chiamato Soledar e perché un missile ha fatto strage di civili in una città ben lontana dal fronte. Putin sa che non spezzerà l’Ucraina così, ma non ha altra strategia militare.

Quanto a noi, si rischia di pensare che non ci sia nulla di nuovo, nulla di diverso da settimane e settimane di orrori e sconfortante violenza inconcludente. Si rischia, in sostanza, di assuefarsi non solo all’idea di una guerra “perenne” nel Sud-Est del Paese, ma anche alla cadenza dei massacri di civili. Una specie di ineluttabilità, in questa scheggia impazzita di guerra novecentesca precipitata sulla nostra testa e sui nostri cuori. Non possiamo permettercelo, oltre che per intuitive ragioni di carattere morale e umanitarie, molto più prosaicamente perché ben presto – ed eccoci alla seconda parte del disegno strategico di Putin, l’unico in cui si possa vedere non solo brutalità fine a sé stessa – tutto l’Occidente sarà chiamato a prendere decisioni politicamente delicatissime nel sostegno all’Ucraina.

Se quest’ultimo non è in discussione, è certo che il governo di Volodomyr Zelensky chiederà ancora più armi, sempre più sofisticate e integrate nell’arsenale occidentale. Rispondere sì o no dipenderà anche da valutazioni sulle scorte di armamenti di qualità di tutti i Paesi interessati, compreso il nostro. Un conto, infatti, è parlare di fondi di magazzino o di vecchi carri armati di Paesi oggi nella Nato ed ex Patto di Varsavia. Un altro inviare sistemi di difesa aerea di ultima generazione, avanzatissimi carri Leopard II tedeschi (in efficienza ce ne sono ben pochi, ma questo è un altro discorso) o gli americani Abrams.

Sono scelte dalle ricadute politiche pesantissime. Alcune in grado di definire o comunque influenzare la politica estera per lungo tempo: un “di qua o di là”. Meglio prepararsi anche da noi a un dibattito serio e serrato, perché presto potrebbe non essere più sufficiente dire «Stiamo con l’Ucraina». Come, a quali prezzi politici e spendendo quanto per armare Kiev e non disarmare noi andrà spiegato nel dettaglio al Paese. Con il dovuto rispetto, altro che parlare del pieno di benzina.

di Fulvio Giuliani

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