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Cingoli impantanati nel fango della rasputitsa

Ormai il Cremlino valuta di poter uscire solo con una vittoria militare. La possibilità è stata individuata nella retorica della liberazione del Donbass che, in caso di riuscita, può portare alla ripresa dell’offensiva principale.

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Attenendosi ai fatti e non alla propaganda, emerge l’impossibilità da parte di Mosca di rivendicare alcun risultato positivo tangibile nella sua guerra d’aggressione, eccezion fatta per gli affari d’oro che stanno facendo i cassamortari dal Mar Nero alla Kamčatka, impegnati a seppellire le centinaia di ufficiali russi morti in Ucraina. A dar retta al Ministero della Difesa russo, Mariupol cade ogni giorno e tuttavia i combattimenti continuano imperterriti: i difensori sono determinati a far sudare ogni metro di terra ceduto agli attaccanti, che vedono sfumare i loro sogni di gloria nelle gallerie mortali delle acciaierie Azovstal.

Dopo l’ecatombe che ha impedito la presa della capitale, ormai il Cremlino si trova in un cul-de-sac da cui valuta di poter uscire solo con una vittoria militare. Tale possibilità è stata individuata nella retorica della liberazione del Donbass, che rappresenta un umiliante ridimensionamento rispetto agli iniziali propositi di “de-nazificazione” dell’intero Paese, ma che in caso di riuscita può portare alla ripresa dell’offensiva principale. Il generale Dvornikov conta sul fatto che fra pochi mesi nuovi soldati freschi potranno essere nuovamente inviati al fronte; basta quindi che nel frattempo le truppe attuali si attestino su una posizione di vantaggio dove poterli attendere.

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Per questo motivo il fiume di sangue scorre ora dalle parti di Izjum, cittadina dell’oblast di Charkiv che ha avuto la sfortuna di trovarsi sull’unico asse che l’esercito russo può utilizzare per tentare l’accerchiamento delle forze che difendono l’Est del Paese dei Girasoli. Niente fa però presagire che i mezzi pesanti russi – il cui flusso di rinforzi è stato interrotto dal sabotaggio di un vitale ponte ferroviario – riusciranno nell’impresa: costretti dalla rasputitsa (il fango impraticabile dei campi umidi di pioggia) a incolonnarsi all’aperto sugli stradoni, si trovano nella posizione dove tanti altri sono già stati spazzati via, vittime della precisa artiglieria ucraina e dei bombardamenti dei droni Bayraktar. Per completare il quadro, le unità scampate alla morte dal cielo saranno poi comunque costrette ad attraversare il fiume Severskij Donec lungo i precari ponti allestiti dal genio militare russo, esponendosi ulteriormente ai finora molto efficaci contrattacchi delle forze speciali di Kyiv.

Mentre i suoi soldati si preparano così alla prossima cruenta battaglia, il criminale Putin suda invece freddo alla prospettiva che l’Europa decida di chiudere i rubinetti del gas. Questo deve infatti essere estratto a ciclo continuo e non esistono al momento stoccaggi alternativi per i milioni di metri cubi che rimarrebbero invenduti: i gasdotti verso la Cina sono limitati e non collegano Pechino ai giacimenti settentrionali che al momento servono i bisogni dell’Italia e della Germania. La rinuncia alla fornitura comporterebbe quindi la chiusura degli impianti di estrazione, cioè un’operazione difficile e in alcuni casi irreversibile che segnerebbe la pauperizzazione definitiva del regime cleptocratico dei siloviki.

 

di Camillo Bosco

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