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La frustrazione russa fa ribollire il Mar Baltico

Il boicottaggio economico russo evolve dalle supercazzole ai sabotaggi, facendo ribollire il Mar Baltico in uno scambio di accuse tra Russia e USA sul disastro di Nord Stream 1 e 2.

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Il Cremlino si è bucato il pallone. Almeno così appare alla prima analisi. Nello stesso giorno in cui veniva inaugurato il Baltic Pipe (il gasdotto norvegese che rifornirà Danimarca e Polonia), potrebbero essere stati gli americani a creare le gigantesche falle nei due gasdotti North Stream 1 e 2 che collegano gli impianti estrattivi russi ai depositi tedeschi. Ma a questo punto, perché non un maligno dio abissale o gli alieni?

La verità, che pare sfuggire al solito vanitoso professore della Luiss, è chiara per chi usa il proverbiale rasoio di Occam: il temerario sabotaggio è stato compiuto da quelli che avevano più da guadagnarci. Al massimo si può discutere su quale fosse il guadagno desiderato.

Da tempo Gazprom è in affanno nel suo proposito di tagliarci il gas senza incorrere nelle pesanti penali contrattuali, in questi casi di sicuro multimiliardarie. Mosca potrebbe decidere di non pagare, perdendo però per sempre la possibilità di accedere a quel mercato tedesco che sin dalla Guerra fredda è il caposaldo della sua politica economica. Si sono così susseguite le supercazzole riguardo turbine sanzionate e perdite d’olio come temporanee foglie di fico legali per l’interruzione del servizio. I fori che stanno facendo gorgogliare il Mar Baltico hanno invece messo un’eterna fine all’uso di quelle gargantuesche tubature sottomarine, che i tedeschi giudicano ora impossibili da riparare.

Se non bastasse il traccheggio leguleio si può aggiungere anche il tema della “Teoria del Pazzo”, cioè un atteggiamento di politica estera con cui si vuole convincere l’avversario di essere capaci di reazioni illogiche e sproporzionate a fronte di sfide reali o percepite. Richard Nixon la impiegò per convincere i nordvietnamiti a trattare con gli Stati Uniti, mentre è da marzo che il criminale Putin la sta usando nel vano tentativo di affievolire il supporto internazionale all’Ucraina. Il frequente ricorso alla minaccia nucleare, dapprima paventata ma recentemente esplicita, è il grado più alto di questa strategia.

Cui prodest, quindi? All’America già saldissima nel suo ruolo di leader dell’Alleanza Atlantica o alla disperata Federazione Russa, i cui limiti logistici, legali e umani sono stati acuiti dalla scalcagnata mobilitazione? Le alternative per le provocazioni però si vanno viepiù esaurendo e lo spettro atomico rimane il confine ultimo del bullismo putiniano. Il presidente Biden ha già avvertito che le conseguenze dell’uso di qualsiasi numero di megatoni su un qualsiasi obiettivo sarebbero atroci; è stato anche fatto trapelare che la risposta minima riguarderebbe l’annientamento dell’infrastruttura militare russa quantomeno nel Mar Nero.

Intanto che i siloviki soppesano la minaccia, le ambasciate estone, bulgara, polacca e statunitense hanno invitato i propri cittadini a lasciare immediatamente la Russia. Nel dubbio, anche qui, meglio seguire Occam e non lasciare spazio al caso.

 

di Camillo Bosco

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