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L’attacco contro Bryansk conferma la fragilità russa

L’attacco contro la città di Bryansk rappresenta un passo in avanti per la resistenza ucraina. L’esercito di Zelensky è ormai capace di colpire le infrastrutture strategiche nel territorio di Mosca.

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L’attacco contro Bryansk, capoluogo dell’omonimo oblast russo, rappresenta un nuovo passo in avanti della resistenza ucraina contro l’invasore. Colpendo la città, situata a più di 100 chilometri dal confine, le forze del Paese dei Girasoli hanno dimostrato di essersi completamente riprese dopo che le truppe dei generali Chaiko e Zhuravlyov si sono ritirate dai falliti assedi di Sumy, Chernihiv e Kyiv. L’esercito di Zelensky è quindi ormai capace di colpire alla profondità necessaria le infrastrutture strategiche nel territorio di Mosca, superando il mero confronto sulla linea di contatto ed espandendo la strategia di una guerra che, seppur voluta dal Cremlino, ogni giorno vede l’iniziativa passare sempre più dall’aquila bicefala dorata al tridente giallazzurro.

Gli obiettivi colpiti – si pensa da droni di fabbricazione turca Bayraktar – sono il vasto deposito di carburante “Druzhba” (Amicizia) e il 120esimo arsenale del Direttorato generale russo per i missili e l’artiglieria. Si tratta di due infrastrutture di alto impatto nella logistica della guerra del criminale Putin: l’uno per le avanzate dei mezzi pesanti, l’altro per gli sbarramenti di artiglieria che dovrebbero coprire tali avanzate.

Il livello dello scontro si sta alzando e l’attrito tra le forze contrapposte nella battaglia per Kramatorsk sta raggiungendo l’intensità massima. Le truppe russe si ammassano nei villaggi di Velika, Novosilka, Novodarivka e Malinivka – riferisce Ivan Ariefiev, presidente dell’oblast ucraino di Zaporižžja – e minacciano di attaccare da Sud. Un’offensiva verso Zaporižžja stessa avrebbe lo scopo di distrarre i difensori ucraini intenti a rallentare l’avanzata delle truppe delle repubbliche popolari fantoccio su Popasna e delle forze del generale Dvornikov su Uzjum e Sjevjerodonec’k; le perdite degli attaccanti in questi salienti bellici sono già intorno alle centinaia.

Proprio il generale supremo della fase due, Dvornikov, si trova al centro di un gossip insistente: nel fine settimana le forze ucraine che stanno tenendo sotto pressione le brigate russe su Chersòn hanno bombardato per la sedicesima volta l’area di Chornobaivka (sembra uno scherzo ma talvolta la realtà supera la fantasia), stavolta colpendo una riunione di ufficiali russi alla quale erano presenti alcuni generali e ricongiungendone a Stalin una cinquantina tra cui, dicono le voci, persino lo stesso Dvornikov.

Pure in assenza della conferma di una perdita così clamorosa, il conteggio dei mezzi perduti negli assalti russi alle posizioni fortificate ucraine ha fatto passare Kyiv in vantaggio nel computo totale dei carri armati schierati per la prima volta dall’inizio della guerra, anche grazie alle generose donazioni dei Paesi Nato. A proposito di questo, ieri il segretario della Difesa statunitense Lloyd Austin ha detto chiaramente che gli aiuti militari all’Ucraina favoriscono gli obiettivi sia del ristabilimento dell’integrità territoriale del Paese sia della degradazione delle forze armate rusciste (crasi tra russe e fasciste, usato per indicare i soldati dell’operazione “Z”), rendendo così per loro impossibile l’invasione di qualsivoglia altro Paese.

Un obiettivo che pare alla portata di un prossimo futuro di pace grazie al combinato disposto delle perdite sul campo, dell’impossibilità di costruire nuovi armamenti a causa delle sanzioni ma soprattutto della testardaggine del regime siloviko, disposto a combattere questa battaglia fino all’ultimo corpo. Eccezion fatta per i propri, ça va sans dire.

 

di Camillo Bosco

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