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Le disavventure del buon zetista Shayga

La storia di Viktor Shayga, volontario partito per difendere la Russia, che ha rescisso il suo contratto ed è tornato a casa disgustato. 

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Mio nonno trascorse la naja nelle cucine. Tornò dalla leva ingrassato e felice, risarcito dei patimenti alimentari che aveva provato durante il secondo conflitto mondiale. In guerra non ci sono però abbastanza cucine per tutti e lo sanno bene i nuovi ‘volontari’ russi che, per un motivo o per un altro, s’infilano nel tritacarne ucraino. Come Viktor Shayga, residente in quella Belgorod a ridosso del confine con l’Ucraina, che si è arruolato 12 giorni dopo l’invasione dello scorso febbraio. 

I post su VKontakte (il Facebook di Mosca), dove il russo racconta le sue disavventure nelle forze armate del Cremlino, sono stati rintracciati da Dmitri Masinski che li ha pubblicati sul sito www.wartranslated.com. «Dopo aver visto su Youtube per la prima volta un video dove feriti e prigionieri russi venivano maltrattati da quei subumani delle forze armate ucraine» scrive Shayga sul social «ho deciso di unirmi ai combattimenti come soldato contrattista per aiutare lo sforzo bellico». Così si è arruolato insieme ad altri che invece aspiravano a compiti di retroguardia o di autista, in ogni caso lontani dal fronte. «Ho firmato per sei mesi – continua – ma anni prima avevo fatto il servizio militare nella divisione Dzeržinskij del Ministero dell’Interno (dedicata alla protezione dei leader politici, ndr.)». 

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Durante quel periodo, formalmente obbligatorio per tutti i maschi in Russia, si era addestrato al poligono di tiro solo in quattro occasioni e sparando ogni volta sei proiettili. Ventiquattro bossoli erano quindi bastati per laurearlo fuciliere coscritto, ma sembrava scontato che stavolta ci sarebbe stato un addestramento ben più serio. Invece l’esperienza di Shayga nell’Operazione militare speciale del criminale Putin è stata ancora più grottesca. «L’ordine del mio arruolamento prescriveva un addestramento di due settimane per imparare a sparare» racconta. «Invece a nessuno del mio scaglione (22 persone) è stato insegnato alcunché. Ho ricevuto il mio fucile d’assalto soltanto il giorno prima di essere mandato in Ucraina». Il tempo necessario per qualche informazione su aspetti tecnici vitali: come si cambia nel fucile da colpo singolo a raffica? Come si lancia una granata? 

«Principio sì giolivo ben conduce» scriveva Matteo Maria Boiardo nel suo “Orlando innamorato” e così, senza neanche un sacco a pelo o una giberna, Shayga è giunto nella Terra dei Girasoli. Ad attenderlo vi erano bugie e massacri: ufficiali che, a pochi minuti dall’assalto, assicuravano ai propri uomini che l’artiglieria nemica era stata messa fuori combattimento mentre invece era pronta a farli a pezzi oppure squadre di soli sette soldati mandati a morire contro le postazioni fortificate. Presto Shayga ha rifiutato di combattere ed è stato portato a Izjum per scavare trincee ed erigere fortificazioni con gli altri obiettori (denominati “500” nel gergo militare russo). Nel frattempo nella città transitavano le altre unità militari e si accumulavano così i loro feriti, i loro morti e le loro storie raccapriccianti di stragi insensate mentre gli stessi veterani delle guerre cecene ammettevano di trovare quella in Ucraina dieci volte più difficile. 

L’8 maggio un ufficiale dell’Fsb (i servizi di sicurezza interni russi) ha infine rescisso il suo contratto e così l’ex volontario è tornato a casa, disgustato. «Chi risponderà per le migliaia di soldati feriti e uccisi in Ucraina?! Chi risponderà per averci lanciato in inutili e insensati attacchi suicidi?! Chi?!» si chiede ora, stremato, il buon zetista Shayga. 

 Di Camillo Bosco 

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