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Le pratiche medievali dell’esercito di Putin

Omicidi, stupri e razzie sono ormai la crudele ritualità dell’esercito di Putin, ma non tutto quello che accade in guerra giunge a conoscenza del resto del Mondo.

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Non tutto quello che accade in guerra viene riportato. D’altronde le notizie arrivano dal fronte a getto continuo. Informazioni militari, scoop di accordi, liste dei morti e dei feriti. Ogni casa abbattuta, ogni famiglia straziata meriterebbe un ricordo ma lo spazio limitato di un giornale costringe alla cernita dei temi da trattare giorno per giorno. Anche il pudore porta talvolta la mano a esitare, nel dubbio se sia necessario riportare i dettagli più truci del massacro che si sta svolgendo in Ucraina.

Stavolta è però indispensabile, dato che c’è un limite persino alla barbarie che si può tollerare in un conflitto. È stato infatti diffuso un video in cui a Sjevjerodonec’k un soldato russo taglia i genitali di un prigioniero ucraino ammanettato, poco prima di ucciderlo con un colpo alla nuca. L’autore di questo duplice crimine di guerra è stato identificato (grazie al suo peculiare cappello nero) in Vitalik Valeryevich Aroshanov, russo nato il 21 febbraio 1983 nella regione della Calmucchia e arruolato tra i tagliagole della Wagner. Tagliagole in senso letterale, dato che già in un filmato del 2017 sono documentate le loro sevizie su un soldato siriano accusato di diserzione. Nel video, girato dagli stessi orgogliosi carnefici, l’arabo Hamadi Bouta veniva ucciso lentamente a colpi di mazza da cantiere, per poi essere decapitato e appeso dai piedi come un macabro feticcio. Non paghi, i mercenari si erano finanche ripresi nel giocare a calcio con la testa della loro vittima, in totale assenza di qualsiasi pietà e rispetto. Tale episodio, poco noto in Occidente, ha contribuito assai alla fama di quei soldati prezzolati tra i numerosi fascisti ed etno-nazionalisti nella Federazione Russa, corsi subito a celebrare la spietata follia dei loro compatrioti persino con magliette commemorative.

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Se evirazioni e torture efferate di prigionieri sono per loro materiale da mostrare al mondo, possiamo solo immaginare quali inumani bassezze siano contenute nelle pagine oscure dei loro curricula di crudeltà. Anche stavolta, infatti, i sudditi del criminale Putin si sono eccitati vedendo sui loro schermi la tortura di un prigioniero inerme. Solo taluni zetisti hanno obiettato che non è bene inneggiare a un uomo di etnia mongola che castra un uomo caucasico poiché aggrava ulteriormente la bilancia demografica a favore degli untermenschen dell’Est: la grottesca condanna di questi razzisti è il massimo della pietà che si può registrare in quello schieramento.

La brutalità sul campo di battaglia non è comunque solo un problema della Wagner. Dal 24 febbraio le notizie delle atrocità delle Z truppen sono note a tutti. Bombardamenti indiscriminati sulle città con bombe a grappolo, esecuzioni di civili e di prigionieri di guerra ucraini, stupri di uomini donne e minori, torture sui cittadini delle zone occupate, furti e orrendi atti di pedofilia (questi ultimi, purtroppo, anch’essi ripresi col cellulare e diffusi su Telegram) sono stati compiuti su tutto quanto il fronte. È inoltre di ieri la notizia che i russi hanno deliberatamente bombardato, addossandone poi la colpa sugli ucraini, il campo di detenzione di Yelenovka in cui avevano rinchiuso i soldati arresisi ad Azovstal.

In Occidente molti hanno ritenuto opportuno non cedere a un’indiscriminata russofobia come reazione all’ingiustificata aggressione con cui la Russia intende, secondo le dichiarazioni giornaliere dei suoi vertici, annientare il focolare nazionale e la cultura ucraine. Si deve però ammettere come il regime siloviko si stia impegnando a fondo per lasciare il peggior ricordo di sé nelle cronache della Storia.

Di Camillo Bosco

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