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Tre centimetri se li fanno bastare

L’avanzata russa nel conflitto in Ucraina indietreggia per chilometri nascosto dai missili. Ci si domanda per quanto ancora il popolo moscovita potrà accettare le umiliazioni a fronte dei fallimenti militari.

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«Avanziamo sì, ma di tre centimetri al giorno» rispondeva in maniera lapidaria, alcuni giorni fa, il giornalista russo Dmitrij Steshin a Ol’ga Skabeeva. Quest’ultima, propagandista di grido delle reti televisive russe, gli aveva chiesto se l’esercito zetista avanzasse in termini di chilometri o di metri e il contributore del “Komsomol’skaja Pravda” aveva preferito riportarle la stima ironica cha aveva raccolto da un cecchino durante una visita al fronte.

Questa battuta assai deprimente – quantomeno per i fascisti russi – circolava quindi ben prima dell’abbandono di Chersòn, a commento degli scarsi successi per gli assalti a Bachmut nel Donbas. Se già suonava disfattista, ora impallidisce di fronte ai malumori diffusi per l’ennesima cessione di territorio conquistato; persino l’ennesima salva di missili balistici sulle infrastrutture ucraine risulta una lasca omeopatia. Il Cremlino ha lanciato più di 10 droni kamikaze (gli ormai famosi Shahed-136 iraniani) nonché più di 90 missili tra Kalibr in forza alla flotta del Mar Nero e alla flottiglia caspica (entrambe paiono non aver perso capacità offensive) e Kh101 scagliati dagli aerei (tra cui forse i nuovissimi 504AP dotati di contromisure elettroniche per sfuggire alla contraerea). Ben 87 di questi sono stati abbattuti, stabilendo un nuovo primato ma costringendo le difese giallazzurre a uno sforzo intenso che ha sollecitato – secondo le prime ricostruzioni – l’avaria di un razzo da intercettazione 5b55 di una batteria S300 che ha ucciso due civili nella città polacca di Przewodów.

Se l’attenzione internazionale si è concentrata su quanto accaduto entro i confini di un Paese Nato, a Mosca invece si continua a temere un’escalation non esterna bensì interna. Passando da un propagandista a un altro, è Vladimir Solov’ëv quello che pare più preoccupato a riguardo. Vestito in tv con la sua solita mise da ascensoriere chiede ai suoi invitati, numerosi quanto i bottoni che porta sul petto, che cosa pensino della situazione. E la risposta unanime è una citazione continua dei tumulti del 1916-17 unita al domandarsi per quanto ancora il popolo moscovita potrà accettare le umiliazioni e i sacrifici a fronte dei fallimenti militari.

Certo ieri è stata colpita la centrale Zmiivska lasciando Charkìv al buio, così come la sottostazione di Kovel’ e alcuni obiettivi nei sobborghi di Kyïv. L’iniziativa della guerra è però ormai salda in mano al Paese dei Girasoli, che sta muovendo i battaglioni liberatisi a Chersòn verso il centro del fronte tra Donec’k e Melitopol’. Inoltre i collaboratori stanno cominciando a subire il fato che spesso è comune ai turiferari non più utili al criminale Putin: oltre alla parecchio tempestiva e sospetta morte per incidente stradale di Cirillo Stremousov (vice governatore filorusso di Chersòn), si è scoperto che anche la collaborazionista Ekaterina Gubareva – sua succeditrice – è stata imprigionata per supposti reati economici.

Vran’jó (враньё) in russo significa menzogna, ma anche il sistema per cui ogni bravo siloviko finge di credere alla balle che racconta e che gli vengono raccontate. Dopo aver prosperato di putinismo per vent’anni, questa delicata componenda di paraculismi sta trovando letteralmente la morte in Ucraina.

 

di Camillo Bosco

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