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Trent’anni di putinismo per conquistare l’Ucraina

L’avanzata russa procede asfittica perché impegnata in un’offensiva ideologica.

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Non tutti i putinisti vivranno abbastanza per vedere la completa occupazione dell’Ucraina, a quanto pare. All’attuale tasso di conquista, in cui solo lo 0,51% del territorio totale dell’Ucraina è caduto in mano russa nell’ultima sessantina di giorni, ci vorranno infatti ‘appena’ 32 anni per conseguire tale obiettivo. Al momento i combattimenti producono ogni giorno all’incirca 500 complessivi morti e feriti in entrambi gli schieramenti, su un fronte di appena 30 chilometri di terra: più o meno la distanza che separa il centro di Roma dalle spiagge di Ostia. È però indubbio il valore che i due governi ora in guerra attribuiscono a ogni chilometro del Donbas. 

Da quando il Cremlino ha dichiarato come nuova priorità dell’Operazione “Z” la conquista degli oblast’ di Luhans’k e Donec’k, sappiamo che lì sono state concentrate la stragrande maggioranza delle forze prima schierate in Bielorussia nonché ogni riserva disponibile. Così le forze ucraine nell’area si sono ritrovate da un giorno all’altro in una condizione di inferiorità numerica che in alcuni punti del fronte raggiunge il rapporto di 10 a 1. 

Nondimeno, sulla linea di contatto donbasiana è schierato quel Comando interforze forgiato da otto anni di guerra a bassa intensità con le dittature militari di Leonid Pasečnik e Denis Pušilin. L’offensiva del generale Dvornikov si è quindi scontrata con forze questa volta non avvezze alla tattica di cedere territorio per attaccare poi le retrovie e i fianchi, come invece i reparti ucraini in occasione della fallita offensiva sulla capitale. La battaglia si è rivelata perciò aspra e sanguinosa, spingendo prima Dvornikov e poi Židko a puntare sulla vecchia tattica della saturazione d’artiglieria, stile Prima guerra mondiale. 

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In questi duelli parabolici Mosca riesce a mantenere un martellamento costante approfittando anche della penuria di munizioni che affligge i reparti omologhi di Kyiv. Soprattutto le squadre russe di obici autopropulsi e a traino sono state tra le meno colpite nella prima fallimentare fase moscovita della guerra, al contrario dei reparti corazzati e di fanteria che hanno subìto perdite maggiori del 60%. Grazie a questo vantaggio strategico, a Sjevjerodonec’k ora la situazione sembra di nuovo volgere in favore dei russi. Hanno infatti respinto i difensori verso lo stabilimento chimico “Azot”, nei cui bunker antiatomici ancora circa 500 civili trovano riparo dai bombardamenti ruscisti. 

Tuttavia secondo Serhey Hayday, amministratore ucraino della regione di Luhans’k, le persone lì «non rischiano l’accerchiamento, poiché gli invasori sono stati respinti da Bakhmut e allontanati dall’autostrada T1302», nonostante la distruzione dei ponti sul Donetto, di cui uno solo resta ancora parzialmente percorribile. 

Concentrare in tal modo le truppe sta invece costando molto ai russi, che rischiano di perdere del tutto la presa su Charkìv e persino su Chersòn. Attualmente, in quelle zone schierano infatti rimasugli e truppe di seconda scelta. L’invio di nuove armi dall’Occidente permetterebbe agli ucraini di approfittare di queste debolezze. 

Basterebbe ottemperare alle richieste di Zelens’kyj per dotare il coraggio ucraino dei mezzi necessari per ottenere la vittoria. 

Di Camillo Bosco

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