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Tutti nazisti tranne i russi

Per i nazionalisti russi essere nazisti significa decidere di tradire il loro retaggio: persone che potendo, per razza o cultura, essere russi lo rifiutano.   

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Non sfugge ai più che il termine “nazista” sia diventato parecchio inflazionato. Il surreale comizio che il ministro degli Esteri russo Lavrov ha tenuto in una trasmissione italiana, umiliando il conduttore al mero ruolo di reggimicrofono per 40 minuti, è stato il caso conclamato che ha portato alla luce tutti i non sequitur della de-nazificazione come “giustificazione della guerra”. Todos caballeros insomma, tutti nazisti agli occhi del Cremlino: Zelensky, il reggimento Azov, l’esercito ucraino e i volontari stranieri; per associazione quindi anche chiunque li aiuti con l’invio degli armi. E via nell’elenco tutto l’Occidente, a partire dalla mite Svezia che è stata di recente additata come prosecutrice hitleriana nelle pubblicità delle fermate dei bus russi.

Persino gli ebrei sono finiti nel catalogo della croce uncinata, tanto «si sa che i peggiori antisemiti sono gli ebrei stessi» pontifica il diplomatico di vecchio corso d’origine armena, in un’uscita così oscena da sembrare al giornalista Christo Grozev di “Bellingcat” una malcelata richiesta di licenziamento rivolta al suo capo, costretto poi a scusarsi col premier israeliano. Come fa notare il ricercatore Kamil Galeev, il sommerso di questo iceberg di menzogne è costituito dall’equivoco riguardo il significato di “nazista” per il regime siloviko. Per i nazionalisti russi che spadroneggiano sulle ex terre dello zar, essere nazisti significa infatti essere innanzitutto dei “вырусь” (vyruś) cioè delle persone che potendo per razza o cultura essere essi stessi russi, decidono di tradire il loro retaggio rifiutandolo.

Questo peccato è la peggiore bestemmia concepibile per il fascismo russo imperante, detto ruscismo, e chiama su di sé l’anatema dell’ira bellica del criminale Putin, ruscist in chief, e dei suoi fedeli scagnozzi come il regista Karen Shakhnazarov o il giornalista Dmitry Olshansky che, come riporta sempre Galeev, hanno invocato sterilizzazioni, fucilazioni e impiccagioni pubbliche dei membri del reggimento Azov e di qualsiasi altro oppositore dell’Operazione “Z” per educare la popolazione a non resistere alla russificazione forzata che imporrà Mosca. Capiamo così che l’intera Ucraina è sotto attacco dal 24 febbraio scorso non per supposti espansionismi occidentali e dietrologie simili, ma proprio per la volontà del suo popolo libero di abbandonare il suprematismo russo in favore della democrazia liberale.

Lo scontro sul campo sembra fortunatamente dar ragione alla scelta di propendere verso l’Occidente in quanto l’esercito di Zelensky, seppur in inferiorità numerica e preso di sorpresa dalla pugnalata putiniana, sta infliggendo perdite apocalittiche a quella che fino a qualche mese fa era considerata la seconda forza armata del mondo, inferiore soltanto a quella statunitense.

L’ultimo colpaccio ucraino sarebbe ora l’affondamento della “Ammiraglio Makarov”, fregata di classe “Ammiraglio Grigorovich” entrata in servizio appena nel 2017 e quindi tra le più moderne della flotta russa. Aveva appena preso il posto dell’ammiraglia “Moskva”, già affondata da due missili antinave ucraini “Nettuno” mentre giocava a mosca cieca con un drone Bayraktar di Kyiv. Pare che la fregata, stanziata nelle acque intorno all’Isola dei Serpenti (a Sud di Odessa), abbia anche lei ricevuto la sua razione d’ira del dio dei mari e seppur mentre scriviamo non vi sono conferme dirette dell’affondamento, è riportato da numerose fonti come diversi elicotteri e navi di soccorso si siano diretti subito verso la sua zona di navigazione.

di Camillo Bosco

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