Dittatura, democrazia e differenze
| Esteri
La tragedia umanitaria di Gaza è davanti ai nostri occhi. Si può ancora pensare di sovrapporre Israele, i suoi cittadini e il suo governo ai tagliagola e agli assassini di bambini?
Dittatura, democrazia e differenze
La tragedia umanitaria di Gaza è davanti ai nostri occhi. Si può ancora pensare di sovrapporre Israele, i suoi cittadini e il suo governo ai tagliagola e agli assassini di bambini?
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Dittatura, democrazia e differenze
La tragedia umanitaria di Gaza è davanti ai nostri occhi. Si può ancora pensare di sovrapporre Israele, i suoi cittadini e il suo governo ai tagliagola e agli assassini di bambini?
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La tragedia umanitaria di Gaza è davanti ai nostri occhi, le fotografie delle incubatrici negli ospedali del territorio sotto il tacco di Hamas e sottoposti alle incursioni israeliane interrogano la nostra coscienza. Perché da questa parte del mondo – quella delle perfettibilissime democrazie liberali attaccate insieme a Israele – non siamo abituati a silenziarla, come coloro che hanno pianificato ed eseguito gli orrendi attacchi del 7 ottobre.
Come quelli che fanno finta di non capire cosa sia accaduto in quella giornata devastante.
La nostra posizione è la posizione dell’Unione europea: il diritto alla difesa di Israele è sacrosanto, il diritto alla difesa comprende la necessità di stanare uno a uno i terroristi di Hamas fino a quando l’organizzazione non sarà stata ridotta all’impotenza.
Questo non è in discussione, così come non è in discussione l’esigenza di tutelare la popolazione civile della Striscia di Gaza, consentire il massimo dell’evacuazione possibile da quella prigione a cielo aperto che è in particolare Gaza City. Lì dove i carcerieri sono gli uomini di Hamas, che vogliono quanti più morti fra i propri civili per perseguire l’unico scopo che concepiscono: morte a Israele e nel mentre isolare lo Stato ebraico. Soprattutto da quei governi e opinioni pubbliche che lentamente stanno accettando l’idea della pacifica coesistenza con lo Stato di Israele.
Per ogni singolo cittadino israeliano sono giornate di indicibile dolore e lacerazioni morali: l’assoluta fedeltà al proprio Paese non è in discussione. Sono sempre più, però, coloro che accusano il governo per il clamoroso fallimento del 7 ottobre. Si protesta in strada, almeno tre ministri sono stati costretti ad abbandonare gli ospedali in cui erano andati a portare conforto ai feriti.
Israele è una società evoluta, complessa, profondamente democratica, in cui il premier Benjamin Netanyahu oggi è il comandante in capo ma domani sarà chiamato a rispondere dei suoi fallimenti politici.
Il Paese che ieri ha dovuto e saputo tener conto delle pressioni statunitensi, dell’Ue, di ogni singolo governo che si è schierato con Tel Aviv. Dichiarare che “le significative operazioni di terra“ a Gaza sarebbero cominciate solo dopo l’evacuazione non è una concessione generica. Come la ripresa delle forniture di acqua potabile nella Striscia.
È un obbligo per il governo di uno Stato democratico e di diritto: non dimentichiamo che le oceaniche manifestazioni di protesta contro Netanyahu erano determinate dall’accusa al Primo Ministro di mettere a rischio proprio i principi dello Stato di diritto.
Alla luce di tutto questo, si può ancora pensare di sovrapporre Israele, i suoi cittadini e il suo governo ai tagliagola e agli assassini di bambini? C’è ancora qualcuno disposto ad accettare le rivoltanti teorie secondo le quali il 7 ottobre sarebbe “colpa“ di Israele e l’attacco a Gaza uguale all’infamia di 9 giorni fa?
Domande solo apparentemente retoriche nell’Italia di oggi.
di Fulvio Giuliani
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